Trent’anni fa la storica visita a Ivrea e al Canavese di Papa Giovanni Paolo II

(Fabrizio Dassano)

Nel centenario del nostro giornale abbiamo voluto ripercorrere un grande evento per Ivrea e il Canavese che ricorda la straordinaria visita di trent’anni fa (19 marzo 1990), ad Ivrea, San Benigno e Chivasso del Papa per la Solennità di San Giuseppe. Sicuramente non fu una scelta casuale la visita all’industrioso Canavese del 1990 nel giorno dedicato a San Giuseppe: ricordato non solo come padre adottivo del Cristo e sposo di Maria ma anche come protettore di artigiani, carpentieri, ebanisti, economi, falegnami, operai, padri di famiglia e procuratori legali.

Furono in 30mila i fedeli che assistettero in piazza Freguglia alla Messa di Papa Giovanni Paolo II, seguita poi dalla visita alla Olivetti e quindi alla Lancia di Chivasso. Il Papa toccò diversi temi del lavoro e lanciò un interessante monito: il computer, che invece di affrancare l’uomo, rischiava di asservirlo, poi il volto “storico” della fabbrica operaia, la catena di montaggio per le automobili senza dimenticare il mondo agricolo canavesano, l’occupazione part-time per centinaia di donne e uomini. Fu una visita in bilico tra modernità e tradizione.

All’epoca la Diocesi di Ivrea contava 210mila anime, con 141 parrocchie e 180 sacerdoti. Fu la quinta visita di Karol Wojtyla in Piemonte, avrebbe trascorso complessivamente poi 66 giorni in Piemonte e Valle d’Aosta, la permanenza più lunga in queste terre dopo quella in Vaticano. Il Papa arrivò il 18 marzo all’aeroporto di Caselle dove l’Arcivescovo di Torino Mons. Giovanni Saldarini e il ministro del Lavoro, Carlo Donat-Cattin lo accolsero. Salito sull’elicottero, il Pontefice volò a Ivrea atterrando nel campo sportivo. Ad accoglierlo, dove era pronta la “Papamobile”, il Vescovo di Ivrea monsignor Luigi Bettazzi.

A bordo del particolare veicolo bianco, raggiunsero piazza Freguglia dove attendeva una folla di 30 mila fedeli festanti, una rappresentanza della piccola Comunità polacca con uno striscione nella sua lingua. I 102 sindaci del territorio, la Chiesa della Diocesi con parroci, sacerdoti, i vescovi e i nunzi apostolici che erano nati in terra eporediese e che allora erano sparsi in tutto il mondo. I giovani erano i mille cresimandi e i gruppi boyscout. C’erano anche gli anziani con una delegazione di coscritti del 1920, i coetanei del Papa. Anche uno striscione bianco con la scritta: “Noi marocchini siamo contenti che il Papa sia a Ivrea”.

Fu quello di trent’anni fa, un crogiolo di presenze che simboleggiavano quell’aspetto positivo tra Comunità cattolica e società civile. Il nostro giornale pubblicò uno speciale con molti interventi di rilievo, aperto dal discorso del vescovo Bettazzi che scriveva: “Beatissimo Padre con devozione e con gioia Le porgo il benvenuto in questa Città e in questa Diocesi del Canavese, con un ringraziamento vivissimo, per il dono che ci fa, in primo luogo con questa S. Messa, che rende visibile e concreto l’atto di fede che facciamo in ogni Eucarestia quando ci uniamo a tutta la Chiesa, insieme al nostro Papa Giovanni Paolo…”

Bettazzi dava il benvenuto a nome di “questa antichissima Diocesi guidata ad una coerente ortodossia e ad una costante fedeltà alla S. Sede dai suoi vescovi, dal primo di cui si ricordi il nome, Eulogio, agli inizi del V secolo. (…) È un popolo attaccato alla sua storia e provato, ma insieme arricchito, dai contatti di tante emigrazioni cui fu sollecitato per il suo amore al lavoro, o per la povertà delle risorse, così come dalle più recenti, successive immigrazioni in cerca di lavoro, prima dal Veneto, poi dal Meridione, ora dal Terzo Mondo, oltreché dall’afflusso di persone che han portato, sul luogo di un lavoro specializzato, la loro esperienza e la loro collaborazione religiosa…”

Il primo pensiero storico all’attaccamento e alla coltivazione delle terre degli avi poi le prime fabbriche del tessile, e poi dell’industria, delle tante piccole boite famigliari e artigianali, fino alle grandi fabbriche: l’Olivetti di Ivrea e Scarmagno, la Lancia di Chivasso. Sul passaggio dedicato ai giovani, Bettazzi ricordò il sacrificio cristiano del partigiano cattolico, l’eporediese Gino Pistoni e poi riprendeva: “ed ora questa gente forte e riservata come le sue montagne, saggia e dialogante come la sua storia, intelligente e dinamica come il suo lavoro, generosa e serena come la sua fede, è qui davanti a Lei, Santità, con i suoi difetti e con i suoi pregi, ma con sincero desiderio di trovare e sperimentare cammini di coerenza cristiana e impegno umano (…) Invochiamo su Lei, Santità e su tutti noi, in questo momento così eccezionale della nostra storia, la protezione di Maria SS. Assunta in cielo, Patrona della Diocesi, e di tutti i nostri Santi Protettori”.

Fu un’accoglienza calorosa che il Pontefice ricambiò rompendo il cerimoniale, fermandosi a salutare e abbracciare la folla assiepata sotto il palco. Nella S. Messa l’omelia del Santo Padre venne incentrata sull’esperienza del deserto, quando Mosè condusse i figli d’Israele fuori dall’Egitto, facendo riferimento al suo recente viaggio nei Paesi del Sahel: “Il deserto si allarga e spinge via l’uomo dai luoghi prima coltivati e lo priva delle condizioni necessarie alla vita”.

L’appello alla solidarietà fu raccolto facilmente dalla diocesi, all’epoca impegnata con 12 missionari in Brasile e Burundi e il Papa aveva benedetto la “Casa dell’ospitalità e della solidarietà” che sarebbe diventata un centro per accogliere gli emarginati. Il giorno dopo a San Benigno, due le intenzioni di preghiera dei fedeli tra cui una per i giovani: “Per la ricerca della vocazione dell’amore”; e l’altra per il mondo del lavoro: “Il modo di produrre dev’essere rispettoso della persona”. Un tema molto caro al Pontefice che si apprestava a celebrare la festività di San Giuseppe in una realtà agricolo-industriale dove convivevano presente e futuro.

Ci furono anche le visite agli stabilimenti dell’Olivetti di Scarmagno e di Ivrea e l’incontro con la famiglia Olivetti, gli eredi del capostipite Adriano, fondatore del movimento “Comunità” che voleva privilegiare l’uomo rispetto alla macchina e alle esigenze dell’economia. Poi, nel piazzale della mensa ad Ivrea, il discorso dell’ing. Carlo De Benedetti e di un operaio. Nel pomeriggio la visita allo stabilimento AlfaLancia di Chivasso, l’incontro con le maestranze e i dirigenti Fiat e con l’avvocato Giovanni Agnelli.

Don Arrigo Miglio firmava un articolo dal titolo: ”… e nessuno abbia paura dell’ombra di Pietro” dove rammentava l’importanza di riprendere la lettera di Paolo ai Galati, “dove Paolo, per una critica mossa alla debolezza di Pietro dice però di essere salito due volte a Gerusalemme per confrontarsi con lui e per scambiare il segno della comunione. Alla triplice domanda di Gesù risorto Pietro aveva risposto:” Tu sai, o Signore, che ti amo”: da quel momento Pietro non è solo la roccia che impedisce alla Chiesa di affondare o il centro e la garanzia di una comunione fondata sulla Parola di Dio e non sulle parole umane ma è divenuto anche garanzia di una Chiesa fondata sull’amore al Cristo risorto.” Altre profonde considerazioni portavano il discorso di Miglio proprio al nocciolo del discorso, riprendendo il concetto del vescovo Bettazzi nell’annuncio della visita del Pontefice del precedente 18 gennaio: “… E ci sembra che di fronte a questi vantaggi quello del costo non sia più un grande problema”. Per questo dovevano cadere tutte le paure.

Forti i messaggi del Pon-tefice agli agricoltori, quasi a ribadire il primato millenario del primo lavoro che manteneva “il senso di Dio” mentre davanti alla folla nel piazzale della ICO aveva sottolineato il ruolo umano come responsabilità dell’innovazione tecnologica. “Il sigillo dell’uomo, prima del marchio di fabbrica”.

Da Chivasso, Mauro Saroglia seguiva il Pontefice con un grande resoconto della giornata campale: gli interrogativi e i timori della grande macchina organizzativa: “Interverranno solo i giovani chivassesi o anche gli altri giovani?” Saranno poi in 6000 i giovani dietro le transenne ad accogliere il Papa con canti e lodi e proprio a Chivasso si sarebbe gettato un seme di quel fenomeno che nell’estate del 2000 avrebbe caratterizzato l’impressionante afflusso di giovani al richiamo del Papa alla Giornata Mondiale della Gioventù di Roma.

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