“Disagio” da isolamento

Una reazione normale verso una situazione che ci cambierà

(Cristina Terribili)

La parola che ho sentito più spesso pronunciare in queste settimane è disagio.

Disagio per quello che si ascolta, perché le notizie sono sempre contrastanti, come le azioni dei Governi, e devono essere verificate per evitare di contribuire alla diffusione di quelle false.
C’è disagio per il carico di emozioni: la paura e l’incertezza la fanno da padrone; il dolore che si stringe intorno a chi vede la salma del proprio caro partire senza l’ultimo abbraccio; l’orgoglio per i tanti connazionali che spendono le proprie energie per la salute di tutti; il desiderio di cantare per ritrovarsi vicini e il desiderio di fare silenzio per il lutto collettivo.

Il disagio si prova anche nelle riflessioni per quello che si ha o per quello che manca: i vicini troppo rumorosi, il silenzio assordante della propria solitudine, la casa troppo grande, l’impossibilità della spesa in pochi minuti o di farla insieme alla persona con cui si è soliti farla, il telefono che squilla in continuazione o che non squilla mai. Il disagio è una sensazione che non ci fa stare comodi, come in una scarpa un po’ stretta o in un abito con una piega strana.

Forse in questo periodo le persone potrebbero dividersi in due grandi macro aree, quelle in ansia e quella a disagio.

Chi è in ansia fa tre cose: parla, ascolta e percepisce. Ma a volte parla troppo, con chiunque, senza rendersi conto se è ascoltato; tende ad ascoltare, a volte male, solo quello che aumenta la quota di ansia; e percepisce se stesso, a volte in modo caotico, cambiando stato d’animo rapidamente, e per un nonnulla altera il suo equilibrio.

Chi è a disagio, invece, cerca di parlare con le persone giuste, con le parole giuste e misurate, cerca un confronto ricco di contenuti che diano il giusto peso alla preoccupazione ma anche alla speranza. Chi è a disagio cerca anche di ascoltare le parole giuste, facendo lo slalom per evitare chi si lamenta troppo, chi dà consigli inappropriati o chi si crogiola nelle notizie totalmente false. Cerca soprattutto di discernere gli interlocutori – e questa è la parte difficile – e se non trova nulla di appropriato da ascoltare spegne la televisione o si scollega dai social, per rifugiarsi in un libro o in un film.

Chi è a disagio percepisce se stesso con tutta la gamma delle emozioni che gli appartengono. È preoccupato per sé e per la famiglia da fatti contingenti, contestuali; il lavoro, la salute, la politica, le relazioni sociali perché non ha il tempo, il modo o l’energia di scrivere un messaggio buono (chi è a disagio non partecipa alle “catene di Sant’Antonio”, non invia il “buongiorno” alla lista dei contatti).

Chi è a disagio però è anche sereno, perché volge lo sguardo a quello che, in quel preciso istante, gli è intorno. Riesce a vedere le opportunità che i cambiamenti della quotidianità gli offrono. Accarezza con lo sguardo le persone che gli sono accanto; si concede il lusso di creare, di aggiustare, di costruire quello che non aveva il tempo di fare.

Si concede lo spazio per la fantasia, perché in fondo in fondo sa, citando Murakami che nel romanzo “Kafka sulla spiaggia” dice “ e naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica… Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neppure sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”.

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