Un anno trascorso con Dante in Canavese: ora è il tempo di qualche riflessione finale

(Michele Curnis)

Ormai concluso l’anno dantesco, termina anche il piccolo viaggio di “Dante in Canavese”. La tappa conclusiva permette appunto di recuperare la motivazione principale di tutta la rassegna: il 25 Settembre 1965 Francesco Mazzoni (1925-2007) pronunciò una conferenza dal titolo Dante e il Piemonte presso l’officina tipografica di Alberto Tallone in Alpignano, per celebrarvi il VII centenario della nascita del poeta.

Il testo di quella conferenza, corredato di note e integrazioni bibliografiche, divenne subito un libro, licenziato dallo stesso Tallone il 30 Dicembre di quell’anno. Il volume fu stampato in 950 esemplari su carta delle manifatture Burgo di Maslianico e da allora è una delizia per ogni dantista e bibliofilo interessato alla storia della diffusione dell’opera di Dante. In termini storiografici, poi, la sua importanza è anche maggiore, perché fa riflettere sulla congiunzione del nome di Dante a una realtà geografica o topografica ristretta, quale possibile metodo di indagine sulla fortuna del poeta: quello stesso metodo che ci ha condotti sin qui esplorando le presenze del “Dante in Canavese” per i lettori del Risveglio Popolare.

Scriveva Mazzoni per spiegare il titolo Dante e il Piemonte: «L’epigrafe in esponente, in quanto miri a congiungere in modo telegrafico l’altissimo Poeta con un nome di regione o con un più ristretto toponimo, è ormai, come ben appare dalle bibliografie speciali, una formula invalsa, sfruttata già or è cent’anni, sin dal centenario dantesco del 1865, e poi particolarmente divulgata du-rante quello passato del 1921; quando fiorirono in ogni parte d’Italia, e a cura dei diversi Comitati locali, raccolte in miscellanee intitolate, appunto, a “Dante e…”: da “Dante e Arezzo” a “Dante e Viterbo”». Tra Arezzo e Viterbo, nel catalogo alfabetico delle località italiane, anche il Canavese e Ivrea hanno piena legittimità di rivendicare una loro parentela (minore, s’intende, ma non minima) con «la fortuna bibliografica e letteraria dell’Alighieri», per riprendere un altro nesso di Mazzoni.

Il dantista fiorentino classificava «quelle epigrafi, dal punto di vista accademico o ufficiale dei promotori», come mirate «a fare il punto di una doppia partita, di dare e d’avere, condotta lungo i secoli fra Dante e noi posteri: Dante che dà […]; anzi ha dato una volta per tutte e per sempre […]; ma anche Dante che riceve: che riceve, attraverso i secoli, continua, durevole testimonianza di un culto e di una ammirazione che ha sofferto nel tempo solo rade parentesi, per poi riprendere con lena rinnovata sino ai nostri giorni».

Il contenuto del libro è sostanzialmente suddivisibile in due grandi paragrafi: “Piemonte e Piemontesi in Dante” e “La fortuna pedemontana dell’Alighieri”. Ecco stabilito il principio che ha guidato anche la nostra indagine, con l’obbiettivo di ritrovare ciò che Dante ha dato e ricevuto in una specificità tutta piemontese: “Canavese e Canavesani in Dante” e “La fortuna canavesana dell’Alighieri”.

In tutta la Commedia sono nominati sei personaggi nativi del Piemonte: Guglielmo VII di Monferrato, Pietro Lombardo (oriundo di Lumellogno di Novara) e Anselmo d’Aosta sono i tre che Dante incontra, pur senza parlare loro; Fra Dolcino, Enrico di Susa e Ubertino da Casale sono gli altri tre che il poeta o altri menziona nel poema. Nessuno di loro è canavesano o può essere posto in relazione con la storia canavesana. Dunque, mancando le persone, è stato necessario ricorrere ai luoghi: per questo le prime puntate della nostra serie si sono concentrate sulla menzione del Canavese nel finale del canto VII del Purgatorio, soprattutto per rispondere alla domanda: che cosa poteva sapere Dante del significo geografico di quel toponimo e della storia di quella piccola regione dell’Italia settentrionale? Come abbiamo visto analizzando la storia politica negli anni italiani di Enrico VII, è probabile che Dante fosse al corrente del privilegio vicariale di Ivrea e Canavese, risalente al 1311. In ogni caso, al di là delle conoscenze specifiche, è la menzione stessa del toponimo “Canavese” (in questa forma e abbinato a “Monferrato” in Purg. VII 136) quel che più importa. È quanto Dante “ha dato” al territorio eporediese una volta per tutte, in termini di memoria poetica e in una posizione tanto privilegiata come l’ultima parola di un canto. Se il dato testuale limitato a una sola parola può apparire esiguo, l’antica tradizione dei commenti danteschi lo ha arricchito, apportando molte informazioni sulla notorietà del Canavese presso gli eruditi del XIV secolo che si dedicarono allo studio della Commedia. Altre puntate della rassegna sono state infatti dedicate a Jacopo e Pietro Alighieri o a Benvenuto da Imola per dimostrare come sin dai primi decenni di circolazione del poema il toponimo canavesano avesse destato una peculiare ricerca geografico-politica.

Molto più nutrita di presenze, illustri e non, è stata la seconda parte (quel che “Dante ha ricevuto” dai suoi cultori). In realtà, la rassegna degli interpreti danteschi originari del Piemonte presentata da Mazzoni nel suo libro è piuttosto selettiva, e non vi compare nessuno di coloro che dal Canavese o in Canavese registrarono una qualche relazione con l’opera di Dante: né Pietro Azario, né Carlo Botta, né Giovanni Battista Mattè, né i fratelli Giacosa, né Giovanni Bossetti o Federico Ravello. L’unico canavesano menzionato in Dante e il Piemonte è Giovanni Getto (nato a Ivrea nel 1913), all’interno di un elenco di studiosi del Novecento.
In effetti, se si eccettua l’esperienza (un poco stravagante) della riscrittura poetica di Bossetti, l’unico intellettuale del Canavese che si sia applicato allo studio di Dante in maniera non episodica fu proprio Getto. Ed è sempre Getto, nel suo ruolo di guida alla lettura di un testo letterario, a lasciare l’eredità più durevole e fertile per altri lettori e scrittori canavesani che vogliano produrre almeno «un avvio all’intelligenza del significato umano e stilistico» della poesia di Dante (per riprendere le parole della Premessa al primo volume delle Letture dantesche del 1955).
Potrebbe sembrare, a conti fatti, che i canavesani studiosi di Dante nel corso della storia si siano interessati soprattutto alla qualità poetica, in particolare della Commedia, indagandone aspetti peculiari o generali o riutilizzandone gli stilemi per altri scopi (come nel caso di Bossetti o del Gozzano “canavesano”). Conviene quindi suggellare la nostra rassegna (senza alcuna ambizione di completezza) con un esempio differente, che non riguarda né la poesia né la Commedia, bensì la politica e il diritto: un ambito di azione e di riflessione civile che ha sempre guardato a Dante come il modello supremo.

Il grande giurista, storico, accademico e politico antifascista Francesco Ruffini (nato a Lessolo nel 1863 e morto a Torino nel 1934) ebbe occasione di scrivere su Le caractère moderne de la pensée politique de Dante nel 1921, pubblicando sulla «Revue hebdomadaire» di Parigi il testo di una conferenza pronunciata alla Sorbona (anche a Ivrea in quello stesso anno, come abbiamo visto, si discusse sul tema). L’anno successivo Ruffini si sarebbe cimentato in una ricerca più complessa, connessa anche alla storia politica contemporanea.

Punto di partenza fu un passaggio del III libro della Monarchia (iii 10), nel quale Dante polemizza contro i decretalisti, in particolare contro uno che dichiarava e ripeteva “in tono provocante che solo la tradizione ecclesiastica costituisce il fondamento della fede” («quendam de illis dicentem et procaciter asserentem traditiones Ecclesie fidei fundamentum»). Ruffini presentò la memoria Dante e il protervo decretalista innominato all’Accademia delle Scienze di Torino nel 1922, identificando in Matteo d’Acqua-sparta il decretalista collaboratore di papa Bonifacio VIII, che si era opposto alle tesi sull’impero propugnate da Dante. Ma l’obbiettivo dello studio era anche parlare della politica di quegli anni.

Come ha scritto Andrea Frangioni in Francesco Ruffini. Una biografia intellettuale (Bologna 2017), «nel ricostruire il carattere rigido e di autentici organismi giuridici delle corporazioni nella Firenze del periodo del grande poeta, [Ruffini] osservò come, anche nell’attualità, i partiti politici da “snodati e aperti” che erano si fossero trasformati in “organismi sempre più rigidi e sempre più chiusi”, e come la proporzionale avesse trasformato i partiti politici in vere persone giuridiche».

Poco mancò che Ruffini, studiando la Firenze del tempo di Dante e le distorsioni del pensiero politico-ecclesiastico denunciate nella Monarchia, giungesse a prevedere la nascita del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, un organo costituzionale del governo fascista.

Quest’ultimo esempio testimonia della passione civile che anima la ricerca storica, e del ruolo di Dante quale “animatore” per eccellenza della cultura italiana; egli stesso ne fu presago, quando fece dire all’antenato Cacciaguida, nel canto XVII del Paradiso, che la sua parola, sebbene amara, sdegnosa o accusatrice, «vital nodrimento | lascerà poi, quando sarà digesta». Ben oltre la pertinenza geografica e l’occasionalità dei centenari, comprendere appieno la vitalità di tale parola è la lezione più impegnativa e duratura di Dante – poeta, uomo politico, filosofo e teologo – «di cui la fama ancor nel mondo dura, | e durerà quanto ’l mondo lontana».

 

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