Vangelo di domenica 3 febbraio (IV del tempo ordinario)

Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei

(di Luisa Martinoli)

Il Vangelo di questa IV domenica del tempo ordinario si presenta come una prosecuzione di quello della domenica precedente: Gesù si trova ancora nella Sinagoga di Nazareth dove annuncia di essere Lui la realizzazione della Profezia ”la Salvezza di ogni uomo, la liberazione degli schiavi, il condono dei debiti, la liberazione dei prigionieri”.
All’udire queste parole, alcuni sembrano positivamente impressionati e, possiamo pensare, siano coloro che rispettano veramente la Legge e la mettono in pratica. Altri, come per calmare gli entusiasmi, e considerando che i propri interessi potrebbero venirne intaccati, iniziano quasi a dubitare delle parole di Gesù ricordando a tutti che è “il figlio di Giuseppe“, il falegname. A questo punto la sua figura appare piuttosto sminuita e alcuni presenti lo sollecitano ad operare un miracolo come quello di Cafarnao, dove un indemoniato era stato guarito. Gesù è amareggiato perché la sua città, il luogo dove ha vissuto con la sua famiglia, non lo riconosce e soprattutto non riconosce il suo messaggio. Tuttavia non raccoglie la provocazione e ricorda che “nessun profeta è ben accetto nella sua patria”. Ricorda ancora che anche al tempo di Elia, quando c’era stata una grande scarsità di mezzi per sopravvivere e c’erano molte vedove, il profeta fu mandato unicamente a una di loro. Lo stesso si era verificato al tempo di Eliseo quando un solo lebbroso era stato purificato, e ce n’erano molti.
Le parole di Gesù suscitano grande sconcerto nella Sinagoga tanto che si assiste quasi a una ribellione generale. Anche coloro che, in un primo momento, lo avevano accolto benevolmente si lasciano trascinare dai più facinorosi e, tutti insieme, si alzano e lo costringono ad uscire fino ad arrivare fuori dalla città. Non soddisfatti, giungono fino alla sommità del monte su cui è costruita Nazareth con l’intenzione di farlo precipitare giù. Gesù non oppone resistenza nemmeno quando si trova sulla cima del monte (e certamente non gli avranno usato tante delicatezze). Non si preoccupa di quella folla in fermento tanto che, ignorandola, riprende la propria strada.
Con questa immagine di Gesù, solo e minacciato, termina il racconto dell’evangelista Luca che, nelle prime righe ma soprattutto nelle ultime, tratteggia il repentino cambiamento d’opinione da parte di coloro che erano presenti nella Sinagoga di Nazareth.
Le sue osservazioni ci fanno riflettere: la folla, non solo ai tempi di Gesù – basti ricordare alcuni momenti, anche recenti della nostra Storia – ha spesso atteggiamenti altalenanti. Per rimanere al racconto di Luca, la folla si comporta secondo una logica utilitaristica: è disposta ad accogliere la Parola se c’è una certa convenienza, cioè il mantenimento dei privilegi. Ma la stessa folla è subito pronta alla contestazione e al rifiuto se vengono intaccate le proprie sicurezze, il proprio benessere. E non solo in questa occasione Gesù sperimenterà un tale repentino cambiamento di atteggiamento; ricordiamo, durante i giorni della Passione, la folla festante all’entrata in Gerusalemme e, poco tempo dopo, il rifiuto fatto a Gesù con la scelta di Barabba. Spesso anche noi cristiani siamo tentati, di seguire gli “umori” della folla, forse anche per un certo opportunismo di comodo. Ma il nostro punto di riferimento deve essere il Vangelo, che ci invita alla coerenza senza accomodamenti o giustificazioni

(Lc 4,21-30) In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

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