20 anni fa l’addio a Ginettaccio

Bartali: campione nello sport, nella vita, nella fede

(Fabrizio Dassano)

A Gerusalemme il 23 settembre 2013 Gino Bartali ebbe il riconoscimento postumo di “Giusto tra le Nazioni” dal Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah che fu istituito per “documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime”, nonché per ricordare e celebrare i non ebrei di diverse nazioni che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei perseguitati).

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha voluto ricordare il campione del ciclismo riportando alla memoria il vincitore di tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948) non solo per le sue imprese sportive, ma anche per il valoroso impegno nel salvare i perseguitati dai nazifascisti. “Il nome di Gino Bartali, campione e leggenda del ciclismo italiano – ha sottolineato Mattarella – è iscritto a grandi caratteri nella storia dello sport nazionale e rappresenta uno dei simboli dell’Italia del Dopoguerra. La Repubblica – ha detto ancora il Capo dello Stato – lo ricorda, a vent’anni dalla scomparsa, come un atleta di straordinario valore, ma anche come un testimone di quello spirito di solidarietà, di sacrificio, di dedizione che ha rilanciato il Paese agli occhi del mondo”.

“Ginettaccio” era morto il 5 maggio del 2000 e giace al cimitero di Ponte a Ema, dove esattamente vent’anni dopo è stato commemorato in una cerimonia stile “Covid-19” . “Lui è uno degli italiani a cui dobbiamo guardare in questo momento così tragico per il nostro Paese – ha detto l’assessore comunale Guccione –. Bartali sapeva che nella vita e nello sport, tanto più uno sport come il suo, nessuno ti regala nulla, tutto quello che puoi vincere te lo devi guadagnare con il sudore, la fatica, il lavoro, la determinazione. A lui va il nostro ennesimo grazie. E un impegno: affrontare con serietà, provando a imitare il suo coraggio e la sua dignità, questa prova così dolorosa che la storia ci ha consegnato”. L’assessore Martini ha detto che “Bartali è qualcosa di più di uno dei grandi del ciclismo italiano. Rappresenta ancora oggi un esempio di impegno civile e di spirito solidale con gli altri, in particolar modo con chi è in difficoltà”.

Sempre nella mattinata di martedì scorso 5 maggio il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, ha ricordato Bartali nella messa privata officiata nella sua cappella in Arcivescovado. Interrotta la promettente attività sportiva per la guerra, Gino Bartali fu costretto a lavorare come riparatore di ruote di biciclette: fra il settembre 1943 e il giugno 1944, indossata la divisa nera della Guardia Nazionale Repubblicana, in realtà si adoperò in favore dei rifugiati ebrei come membro dell’organizzazione clandestina Delasem compiendo numerosi viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola – Cortona fino ad Assisi, trasportando documenti e fototessere nascosti nei tubi del telaio della bicicletta ad una stamperia segreta che falsificava i documenti necessari alla fuga di ebrei rifugiati.

Già nel 2006, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli conferì la medaglia d’oro al merito civile per aver salvato “circa 800 cittadini ebrei”. Ricercato dalla polizia fascista, sfollò a Città di Castello, dove rimase cinque mesi, nascosto da parenti e amici. Dopo l’8 settembre 1943 la Delasem dovette entrare nella clandestinità per via dell’occupazione tedesca. Una fitta rete italiana potè contare sulla complicità tra ebrei, membri della Resistenza italiana, sacerdoti, funzionari di polizia, semplici cittadini, persino alcuni membri dell’esercito tedesco, che pur tra innumerevoli difficoltà si adoperarono con molta efficacia a provvedere assistenza per il mantenimento, l’alloggio e in molti casi l’emigrazione clandestina in Svizzera di centinaia e centinaia dei circa 35mila ebrei italiani e stranieri che sopravvissero alle persecuzioni in Italia.

Bartali tornò a correre e a vincere dopo la guerra, incarnando lo spirito di rinascita dell’Italia intera. Ormai trentunenne era dato per “finito”, mentre Fausto Coppi, di cinque anni più giovane, era considerato l’astro nascente, benché la prigionia gli avesse reso difficile la ripresa dell’attività. Nel 1946 Bartali vinse il Giro d’Italia, mentre Coppi, passato alla Bianchi, terminò alle sue spalle a soli 47 secondi; stravinse poi il Giro di Svizzera. Nel frattempo stava rinascendo l’organizzazione del Tour de France in un Paese anch’esso da ricostruire. Nel 1947 Bartali vinse la Milano-Sanremo e perse il Giro d’Italia a favore di Coppi, per un banale guasto meccanico. Raddoppiò comunque il successo al Tour de Suisse, all’epoca la più ricca, e una tra le più prestigiose, tra le corse a tappe. Nel 1949 Bartali giunse secondo nel Giro d’Italia vinto da Coppi e lo aiutò poi nella vittoria al Tour de France, giungendo egli stesso secondo. L’anno dopo vinse una terribile Milano-Sanremo sotto il diluvio, ma decise poi di ritirarsi dal Tour de France a causa dell’aggressione dei tifosi francesi sul Col d’Aspin. Quarto nei Tour del 1951 e del 1952, in cui aiutò Coppi a vincere, vinse a trentotto anni il suo ultimo grande titolo, il Campionato italiano.

L’anno dopo vinceva a trentanove anni il Giro della Toscana, ma subito dopo ebbe un incidente stradale. Ripresosi, volle chiudere la sua attività da professionista proprio a Città di Castello, dove passò diversi mesi da sfollato protetto dalla popolazione, correndo in un circuito creato apposta per l’occasione, nel 1954.
Profondamente cattolico – tanto che dalla propaganda mussoliniana era stato ribattezzato “il frate” o “il fraticello”, nel tentativo di ridicolizzare la sua appartenenza all’Ordine Carmelitano, come terziario –, nel 1950 fece una donazione importante, secondo alcuni fonti di circa 100mila pesetas, per contribuire a continuare i lavori della Sagrada Família a Barcellona.

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