Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

(Elisa Moro)

“Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt. 22, 21).

In questa nota frase, che è l’unico pronunciamento “politico” esplicito di Gesù, emerge un capovolgimento radicale al rispetto del potere e delle leggi da parte del cristiano, che “non è limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva la sua vocazione eterna” (Gaudium et Spes, 76).

Non si tratta di una disobbedienza all’autorità o di un’anarchia, quella richiesta da Gesù, quanto di un saper discernere sempre, nelle concrete situazioni della vita, “ciò che è di Dio”, in primis la persona umana e la sua stessa natura, perché l’uomo, non Cesare, è effigie e immagine di Dio (cf. Gn. 1,27), costituito “poco meno degli angeli”, e coronato “di gloria e di onore” (Sal. 8, 6).

I cristiani di ogni tempo, dunque anche quelli di oggi, sono chiamati a vivere in pienezza nelle circostanze della storia concreta; riprendendo le parole di un antichissimo testo, la “Lettera a Diogneto”, che ne descrive il modo di vivere: “non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi”.

Il seguace di Cristo è quindi chiamato a riconoscere il potere dello stato e a rispettarlo, poiché, come sottolinea San Paolo: “chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio” (Rom. 13, 1); questo, tuttavia, solo quando non entra in conflitto con il volere di Dio stesso, difatti, richiamando le parole degli Apostoli: “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).

Viene allora da domandarsi: quale immagine è impressa in noi? Quella dell’imperatore o quella di Dio? Quale effigie è impressa nel profondo dell’anima?

Il Cesare di allora (come i Cesari di oggi, più subdoli, ma non per questo non presenti) “ha richiesto la sua immagine su ogni moneta, ma Dio ha scelto l’uomo per riflettere la sua gloria. La moneta di Cesare è oro, quella di Dio è l’umanità” (Omelia 42 su Matteo IV secolo).

Il Signore esige dall’uomo “l’immagine divina scolpita in lui” (Agostino, Salmo 94, 2), la sua testimonianza coerente e sincera con la vita, la solidità nell’umanità vissuta, sull’esempio dei martiri, che posti di fronte alla scelta – o Dio o l’imperatore – “senza riflettere”, come ricordano gli atti di San Cipriano, hanno scelto Cristo, “sors et corona” (sorte e corona) dei servi fedeli.

(Mt 22,15-21) In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».