Commento al Vangelo di domenica 27 settembre

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio

(Elisa Moro)

Una parabola circoscritta, racchiusa tra due domande, quella finale: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?” e quella introduttiva “Che ve ne pare?”. Gesù intende intrigare, coinvolgere gli ascoltatori di allora e gli odierni, suscitando la risposta.

Un padre manda nella vigna i suoi due figli, ma le risposte sono differenti: il primo inizialmente sembra rifiutare l’invito, ma poi si reca al lavoro; il secondo, al contrario, sembra accondiscendere al comando, senza poi concretamente agire di conseguenza.

Secondo San Giovanni Crisostomo, “la parabola dei due figli è una rilettura di ciò che accadde ai giudei e ai gentili”, infatti, mentre i pagani, i convertiti grazie alla predicazione apostolica, “non avevano mai ascoltato la legge, ma nelle loro opere dimostrarono obbedienza, i giudei, popolo eletto da Dio, disobbedirono” (Discorso LXVII).

La posta in gioco è dunque sulla affermazione paolina: “non quelli che ascoltano la Legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la Legge saranno giustificati” (Rm. 2, 13), ovvero, adoperando le parole di Sant’Agostino: “Credere in Dio è assolutamente di più che credere a Dio; significa aderire per cooperare bene a Dio che opera il bene” (In Ps. 77, 8).

Richiamando le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI, in occasione del suo viaggio in Germania nel 2011, nella fede “non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione” (Benedetto XVI, 25/09/2011) rispetto “al rapporto personale con Dio, alla preghiera, alla partecipazione alla Messa domenicale” e non può che supportare un autentico rinnovamento della Chiesa, uno slancio umile e generoso del cuore, che continuamente è chiamato a convertirsi.

Questo Vangelo, noto come “parabola dei due figli”, porta in sé anche un terzo “Figlio”, misterioso, che è obbediente in tutto al comando del Padre. È lo stesso Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7).

Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha sofferto fin dentro la morte. Solo nel Suo sì alla volontà del Padre, ogni uomo è in grado di aderire alla volontà del Padre per divenire lui stesso non lavoratore, ma vigna, “piantata nella fede, lavorata dall’obbedienza, fertilizzata dalle lacrime del pentimento, irrigata dalla parola dei predicatori, che produce un vino che ispira gioia, vino dolcissimo, che allieta veramente il cuore dell’uomo” (Discorso 30, Cantico dei Cantici, Bernardo).

(Mt 21,28-32) In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Esegui l'accesso per Commentare