Giovanni Timoteo Calosso. Da Chivasso alla sublime porta del sultano Mahmud II

(Fabrizio Dassano)

Uno dei personaggi tra i meno noti in patria nacque a Chivasso il 24 gennaio 1789 e venne battezzato alla chiesa collegiata di Santa Maria Assunta. Il padrino fu l’architetto di Verolengo Giovanni Comoglio e la madrina la sorella Caterina. Figlio di una famiglia numerosa, fu cresciuto con i suoi quattro fratelli e le sue tre sorelle da una madre pia e valida che si trovò sulle spalle un fardello enorme quando suo marito morì prematuramente nel 1795. A quell’epoca Giovanni Timoteo Calosso aveva 6 anni. La madre raccolse tutte le forze per mandare avanti il modesto stabilimento industriale che aveva col marito e ricavarne appena di che vivere per sé e i suoi otto figli.

Giovanni Timoteo era ben predisposto allo studio, malgrado i grandi sacrifici necessari, riuscì a frequentare il collegio di Chivasso (oggi Liceo Isacco Newton) entrandovi a 10 anni. Apprese i fondamenti della lingua francese e latina. Uscito dal collegio a 15 anni, la madre lo destinò al commercio per il quale non sentiva alcuna vocazione. L’attrazione per la carriera militare era invece molto forte e l’astro napoleonico offriva alla gioventù una profonda seduzione nelle prospettive di gloria e di carriera di merito. In quel 1805 si trovò a leggere il bollettino della Grande Armée ed abbandonò ogni indugio.

Con difficoltà ottenne l’indispensabile permesso dalla madre e si arruolò come volontario a 17 anni presso il mairie di Chivasso. Il 5 agosto 1806 partì ebbro di emozioni per raggiungere il 24° reggimento dei cacciatori a cavallo in Pinerolo. Il 20 fu iscritto nei ruoli ed iniziò l’addestramento. Ben disposto all’apprendimento e all’equitazione, fisico robusto, si fece notare dai suoi addestratori e venne scelto per lo squadrone da combattimento malgrado i suoi 17 anni.

Raggiunse così la Gran-de Armée in Prussia. In quel luogo ebbe un buon cavallo prussiano e ripartirono alla volta della Polonia. Attra-versarono la Vistola a Thorn e marciarono su Elbing.
Qui Giovanni Timoteo ebbe nuovamente modo di apprezzare l’insegnamento scolastico: grazie alla conoscenza del latino, unica lingua per comunicare con le autorità religiose polacche e i preti nelle parrocchie dei villaggi, divenne interprete di compagnia. Raggiunta Fin-kinstein, sede del quartier generale, Napoleone passò in rassegna le forze e Giovanni Timoteo per la prima volta fu catturato da una esotica curiosità: nella cerimonia, vicino all’Imperatore vi era un dignitario turco con il suo vistoso e grande turbante: “Chi me l’avrebbe detto allora che vent’anni dopo avrei indossato il turbante al servizio del sultano Mahmoud?” scriverà poi nel suo memoriale. Fece le campagne di Prussia nel 1807, d’Austria nel 1809, di Russia nel 1812, di Germania nel 1813 e quelle disperate per la difesa della Francia nel 1814 arrivando al grado di maresciallo della logistica del 24° Cacciatori a cavallo. Si spostò per migliaia di chilometri in quelle campagne militari dal Po al Dnepr.

Dopo la caduta dell’impero, Calosso fu congedato dall’esercito francese il 20 agosto 1814. Rientrato in Piemonte vi ritrovò, forse per l’ultima volta, la propria famiglia e il fratello Probo, sergente del 111° reggimento di fanteria di linea. I due si erano casualmente incontrati nella tragica ritirata di Russia alla Beresina ed entrambi erano sopravvissuti. La sorella Camilla si era sposata con Santa, ufficiale degli zappatori del Genio e aveva seguito il marito. Rifiutato come ufficiale perché non nobile, nell’esercito sardo, retrocesse a semplice furiere nei cavalleggeri del re fino al marzo del 1815 quando ebbe la promozione a cornetta, grado col quale partecipò ai moti liberali del 1821. Condannato in contumacia fu costretto ad abbandonare il Piemonte e la moglie, Secondina Tarino Imperiali e il figlio Emilio.

Come molti altri compromessi, peregrinò esule in Francia, in Svizzera, in Spagna, nel Belgio e in Inghilterra: da qui, con altri italiani guidati dal tenente colonnello Pisa, condannato a morte nel regno delle Due Sicilie per i moti costituzionalisti in quel regno, si imbarcò per la Grecia, raggiungendo Nauplia nel 1826. Disgustato come tanti altri connazionali per il trattamento e per l’ingratitudine dei Greci, Calosso decise di passare ai Turchi, avendo avuto sentore che il sultano Mahmud II cercava ufficiali europei per riorganizzare l’esercito dopo il violento scioglimento del corpo dei giannizzeri.

Dopo aver toccato Smime, proseguì per Costantinopoli, dove riuscì a farsi assumere col modesto compito di insegnante di equitazione di un gruppo di giovani. Verso la metà del 1827, in concorrenza con un ufficiale austriaco dei dragoni, fu prescelto dal sultano Mahmud II come capo-istruttore della cavalleria col nome di Rustem agha fino al dicembre dell’anno successivo. Diventato amico e confidente del sultano, la sua esperienza alla corte fu di fondamentale importanza per il successivo svecchiamento della classe dominante turca.

Non solo istruì la cavalleria nella manovra e nell’organizzazione alla maniera napoleonica, ma avendo avuto come allievi i giovani ufficiali per numerosi anni, divenne un punto di riferimento per l’educazione occidentale moderna. Il rispetto del sultano verso Calosso fu tale che seppur invitato ad abbandonare il cristianesimo per abbracciare l’islam – cosa che non fece mai – non fu mai obbligato a farlo.

Ma vi è anche un altro aspetto: fu incaricato dal Sultano Mahmud II di disegnare e organizzare un ordine al merito per premiare i miglior soldati e dignitari turchi e Calosso, con l’aiuto degli addetti d’ambasciata del regno di Sardegna, Luigi Gobbi e Antonio Baratta, disegnò e realizzò la Legion del sultano: la Nishan – Iftihar nel 1828. Proprio per quell’operazione ricevette appunto il titolo di Bey. Anche il marchese di Gropallo, ambasciatore del re di Sardegna presso la sublime Porta relazionò alla corte a Torino sempre con favore sull’operato del Calosso, anche se noto contumace condannato a 10 anni di galera in patria.

Durante la guerra con l’Egitto nel 1831, Calosso scrisse obbiettivamente delle ragioni della scarsa capacità offensiva dell’esercito turco, inimicandosi la corte. Fu emarginato anche se mantenne la carica di dignitario. Tornato in Europa, rientrò a Costantinopoli il 5 giugno 1840, vi visse ancora un triennio godendo la pensione annua di 30.000 piastre per il brevetto di colonnello della cavalleria elargitagli da ‘Abd ul-Megīd e con facoltà di usufruirne anche in patria. Intraprese un viaggio che lo portò alla tomba di Bonaparte agli Invalides a Parigi e un tour su tutti i campi di battaglia europei della sua gioventù. Qui ricevette il cavalierato dell’ordine reale della Legion d’onore il 24 luglio 1843.

Fu ricevuto a Torino (prassi comune per gli esuli contumaci) privatamente e segretamente in udienza da re Carlo Alberto e, con la sua permissione, poté risiedere nello stato sabaudo. Si trasferì poi a Nizza dove vi rimase dopo il passaggio alla Francia del 1860. Con gli amici nizzardi pubblicò il suo Mémoires d’un vieux soldat in francese, tradotto e curato dal pubblicista nizzardo Auguste Burnel nel 1857, pubblicato a Nizza e a Torino. Morì il 27 marzo 1865 nella sua abitazione al civico 4 della piazza del Giardino Pubblico, oggi Jardin Albert I, di fronte al mare.

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