Giulio Pastore, apostolo degli ultimi, antifascista e sindacalista cattolico

(Gianfranco Astori)

NOVARA – Se l’edificio della Repubblica è oggi saldo e in grado di resistere a offensive destabilizzanti derivanti da turbolenze interne e internazionali, il merito è di chi lo ha concepito e consolidato. A 50 anni dalla sua morte terrena è, quindi, giusto rendere omaggio alla figura di uno dei costruttori di questa nostra democrazia, Giulio Pastore (1902-1969).
Rigoroso antifascista, interprete autentico dell’anima cristiano-sociale del movimento dei cattolici democratici, leader del sindacalismo libero, parlamentare e uomo di governo dall’azione profondamente riformatrice.

Non si può cogliere la personalità di Pastore se non facendo riferimento alla sua militanza nell’attivo movimento cattolico piemontese – nello specifico della diocesi di Novara – che, all’indomani della Prima guerra mondiale, rilanciava la presenza sociale e civile dei cattolici nella società dell’epoca. Nato in una famiglia operaia, Pastore rimase orfano di padre a 12 anni e cominciò a lavorare come attaccafili in una industria tessile a Borgosesia. Dalla sua profonda fede religiosa venne la devozione alla causa dei ceti subalterni del nostro Paese, testimoniata in giovanissima età nell’attività sindacale presso l’Unione del Lavoro in Varallo e alla direzione del settimanale cattolico della Valsesia “Il Monte Rosa”. Propagandista della Gioventù Cattolica, fu l’indefesso animatore della rete di circoli che, ben presto, arricchì il tessuto delle plaghe valsesiana e borgomanerese, con il contributo dell’amico Gino Borgna, come testimonia il volumetto “Gioventù Pura”, compilato nel 1930 a due mani con Luigi Gedda.

Non furono anni facili – nella contesa con la massoneria liberale, l’anticlericalismo che caratterizzava il movimento socialista e, poi, le violenze del fascismo – tali da portarlo a creare la Squadra Pio XI Alta Valsesia, a difesa della libertà di processione sulle strade pubbliche, opponendo, scrisse, “balde giovinezze alle orde… che volevano profanare Gesù Sacramento”.

Strenuo oppositore al fascismo trionfante – che pretese il suo allontanamento dalla guida prima de “Il Monte Rosa” e poi de “Il Cittadino” di Monza, alla quale era stato chiamato da Achille Grandi -, Giulio Pastore era prigioniero dei nazifascisti nel carcere di Regina Coeli a Roma, quando la capitale venne liberata dalle truppe alleate, ai primi di giugno del 1944.

Il giovane operaio tessile autodidatta, con una impresa straordinaria sarebbe giunto in breve ai vertici dello Stato con una triplice fedeltà: all’Azione Cattolica, ai lavoratori (al sindacato) e al partito che avrebbe contribuito a fondare, la Democrazia Cristiana.

Dalla sua spiritualità derivava una passione civile che lo porterà a lottare per dare dignità agli umili, per allargare e riorganizzare le basi di potere nella società italiana, forgiando un sindacato “nuovo”, la Cisl, con una missione precisa: essere forza autonoma per introdurre “i lavoratori nello Stato” (titolo del volume che raccolse alcuni suoi interventi significativi). Lo stesso obiettivo si prefisse con la sua opera di Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno e nelle aree depresse, perseguendo l’impegno definito dalla Costituzione repubblicana, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertaà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Nella sua ottica i rapporti Nord/Sud, quello città-campagna (montagna), zone interne-aree di sviluppo, erano la cartina di tornasole della democrazia italiana. Colpisce la modernità di una visione atta a leggere, ancor oggi, le contraddizioni della nostra società.

Giulio Pastore fu interprete di svolte di autentica libertà contro ogni tentazione monopolistica, per far sì che lo sforzo degasperiano di ricostruzione del Paese non si esaurisse in un ciclo economico a favore esclusivo dei potenti di turno e fosse diretto, invece, all’allargamento della base produttiva e occupazionale. Una sfida sempre attuale. È stato un apostolo della causa degli ultimi: l’Italia di oggi sia consapevole di quanto gli deve.

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