La dignità delle donne non passa dall’individualismo

(Susanna Porrino)

Guardando al modo in cui la mia e le altre più giovani generazioni vivono momenti come la Giornata delle Donne, penso sia spontaneo cominciare a nutrire una certa preoccupazione per il futuro che ci attende. Il ricordo delle donne che hanno subìto violenze, che sono state oscurate o ignorate perché donne e perché diverse, viene spesso messo completamente da parte, trasformato in un momento di celebrazione sconfinata della donna, quasi ad elevarla a creatura superiore, o nel momento della sua più completa denigrazione da parte di chi vede nel femminismo la piaga che ha distrutto il presente.

Penso che ciò che più manca alla nostra cultura sia il desiderio di guardare, oltre agli obiettivi ancora da realizzare, agli enormi progressi già compiuti, che indotti dall’opera di grandi personaggi femminili, sono però scaturiti come moto collettivo da una mentalità che cominciava a cambiare.

Come donna, mi sento grata di essere nata in un’epoca in cui mi viene permesso di farmi portavoce dei miei diritti con la mia voce e non con la perdita della mia stessa vita, grata di vivere in una realtà in cui mi viene concessa la possibilità di godere di un appoggio e di un sostegno numeroso alle mie idee; certo la meta non è ancora stata raggiunta, ma alimentare il sentimento di divisione e di aggressività, in una situazione che, fortunatamente, è radicalmente diversa rispetto a quella di uno, due , tre secoli fa, può forse portarci ad alcune conquiste, ma non sufficienti a compensare la ferita profonda di un astio irrisolto che sta crescendo in maniera sempre più evidente.

La violenza con cui alcune battaglie vengono portate avanti non rende alcun tipo di onore a chi, per la violenza altrui, ha dovuto con o senza la propria volontà sacrificare se stesso e i propri diritti. Se le donne sono riuscite a fare sentire la propria voce è stato anche perché, tra gli uomini, vi è stato chi ha voluto ascoltarle; e ciò certamente non banalizza né nega gli sforzi e i successi della parte femminile, ma ci ricorda che la campagna per la parità non deve presentarsi come una lotta senza tregua al resto della società, ma come una forma di educazione al rispetto in cui entrambe le parti devono imparare ad ascoltarsi e a darsi il giusto valore.

Il femminismo, per ciò che era nella sua forma originaria, ha reso un servizio incommensurabile alla società del presente, ma per farlo ha dovuto stravolgere gli equilibri e le dinamiche su cui si regolavano i rapporti uomo – donna di un tempo, lasciando ai posteri il privilegio di ricostruirne e definirne contorni più sani e rispettosi della dignità umana; ma le correnti più estreme che si sono sviluppate in seguito, la narrazione denigratoria di uomo – lupo da un lato e di donna vittimista e pretenziosa dall’altro, la comunicazione radicale e rapidissima dei social hanno in realtà impedito qualunque forma di ulteriore incontro, e tuttora l’incertezza e la fragilità delle convenzioni sociali emergono nella difficoltà a determinare in maniera imparziale ciò che è lecito e ciò che invece è sessista, offensivo, denigratorio, ma anche nella incapacità di costruire relazioni durature.

È curioso sentire accusare la società, o un sistema di stampo tradizionalista, di esercitare eccessiva pressione su esigenze (il bisogno di avere al proprio fianco un partner, il bisogno di muoversi in una dimensione di relazione viva e attiva) che storicamente sono sempre state riconducibili a urgenze geneticamente e biologicamente umane.

Non è il bisogno di relazioni, nucleo essenziale del vivere umano, ad essere incoraggiato dalla nostra cultura (per quanto essa, certamente, vi faccia leva e lo orienti per perseguire i propri fini) ma la ricerca dell’individualismo: non è d’altra parte utile, in sistema in cui l’assuefazione dell’individuo alla propria carriera permette un migliore funzionamento del mercato lavorativo, che al primo posto vengano posti valori come il perseguimento di bisogni affettivi.

E tale tendenza all’individualismo trova perfettamente modo di esistere in una società in cui la relazione tra i due sessi è profondamente contaminata dall’astio e dalla reticenza reciproche, e non sembra desiderosa di intraprendere alcuna nuova strada.

Occorre invece che questo desiderio venga ritrovato, riacceso, rinvigorito, e che diventi la base di un dialogo continuo e aperto in grado di onorare il passato e il presente.

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