La nostra empatia anestetizzata dall’assuefazione alle immagini di violenza

(Susanna Porrino)

Le immagini del conflitto israelo – palestinese andate in onda in questi giorni, così come tutte le immagini di situazioni estreme di sofferenza che ci vengono messe davanti, mettono ancora una volta in evidenza l’impossibilità, per una cultura avvolta nel benessere come la nostra, di cogliere realmente la drammaticità di ciò che accade al di fuori della nostra dimensione protetta e tutelata. In particolare, mi domandavo quale possa essere la percezione della violenza in una società che, pur non avendola vissuta in una dimensione drastica come quelle con cui altre società ancora oggi si scontrano, ha imparato a vederla rappresentata attraverso gli schermi quasi quotidianamente, sia attraverso immagini reali, ma distanti, sia attraverso le scene recitate, ma verosimili, di film e spettacoli.

Tra tutte quelle che si sono susseguite nel corso dei secoli, siamo forse la società più immersa nei lussi e nei piaceri che la storia abbia mai conosciuto; eppure sembriamo provare piacere a fingere di immergerci in forme di dolore che sappiamo di non poter comprendere fino in fondo, e da cui, per questo, impariamo a non essere quasi minimamente toccati. Se ci appare assurdo il modo in cui gli abitanti della Roma Antica potessero assistere senza orrore alla morte e alla tortura di altri uomini nelle arene e negli stadi dei gladiatori, forse dovremmo chiederci quale follia possa nascondersi dietro a tutti quei film che propongono scene di violenza e di morte di fronte a cui riusciamo a rimanere impassibili.

Sebbene cambino le modalità, e cambi anche la percezione – la consapevolezza che ciò a cui assistiamo è lontano o fittizio sicuramente gioca un ruolo – esse finiscono però per realizzare lo stesso obiettivo: non tanto quello di sfogare un naturale istinto aggressivo (istinto che gli anni e l’evoluzione hanno, anche se non completamente, educato e limitato) quanto quella di normalizzare un senso della morte e del dolore che non siamo più in grado di elaborare.

I personaggi di un libro distopico pubblicato alcuni anni fa assumevano quotidianamente una pillola che attenuasse o annullasse del tutto le emozioni umane: una vita trascorsa nella tiepidezza, ma senza delusioni né sofferenza. Per certi versi, abbiamo imparato a fare lo stesso, nel tentativo di difenderci dall’impatto emotivo che le scene di film e telegiornali dovrebbero spontaneamente suscitarci. Se da un lato vantano il grande merito di aver aumentato la consapevolezza di ciò che accade intorno a noi, le grandi macchine del cinema e dei media hanno però distorto la nostra percezione della sofferenza: l’assuefazione a immagini di brutalità e dolore ha in qualche modo affievolito la nostra capacità di stupirci, e dunque inorridire, di fronte ad essa.

Guardiamo e giudichiamo la sofferenza di altre realtà (non solo di altre nazioni, ma semplicemente di altri contesti) con uno sguardo intriso dei valori di una società che ha conosciuto la guerra, le discriminazioni, il razzismo e la violenza in gran parte solo per sentito dire. E ciò si concretizza anche nel confronto con quelle categorie sociali (gli immigrati che subiscono il razzismo, le donne vittime di violenza, e più in generale tutti coloro che sono soggetti a discriminazioni) in posizioni più svantaggiose: il dolore che altri hanno provato, e che noi invece non comprendiamo, ha scavato e continua a scavare un solco incolmabile tra noi e quelle realtà a cui dovremmo riconoscere il pieno diritto di far valere le proprie recriminazioni.

La nostra fatica a comprendere e a metterci nei panni di chi vive circostanze più difficili e tragiche della nostra si scontra con la sensazione di avere tutti gli strumenti per comprendere e giudicare le situazioni più varie: si è cominciato a parlare di “politically correct” nel momento in cui è venuta meno l’empatia ed è subentrato il bisogno di difendersi dall’accusa di non saper pesare i gesti e le parole. La violenza o la discriminazione sono divenuti spettacolo più che realtà, e l’abitudine ha dato loro le sembianze di vaghi oggetti di discussione su cui dibattere con modi e termini spesso lontanissimi dai reali nuclei dei problemi: le parole sono diventate vuote, e i problemi aridi terreni di gioco su cui esercitare le proprie capacità argomentative.

Non penso che sia possibile invertire completamente queste tendenze, ma si può tentare di compiere uno sforzo di ri–umanizzazione: la visione del dolore altrui provoca l’istinto immediato di fuggire in un senso di rassegnazione o in una razionalizzazione eccessiva che sminuisce il dolore e ci rende impermeabili ad esso, ma forse è solo la consapevolezza di non poter comprendere fino in fondo ogni questione e sofferenza a darci la capacità di rispettarla e discuterla con la giusta delicatezza.

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