La scuola come terreno di sfogo per apatia e aggressività verso gli insegnanti

(Susanna Porrino)

La dimensione sociale nella realtà scolastica è un tema caldo soprattutto in questi mesi, quando essa è stata più a volte messa a rischio dalla situazione sanitaria presente e divenuta ormai la ragione principale per cui gli istituti sono rimasti aperti.

La scuola è da sempre considerata uno dei luoghi in cui la dimensione relazionale è uno dei punti focali su cui si basa l’intera organizzazione e offerta formativa; la necessità per gli alunni di convivere diverse ore al giorno con i propri coetanei rappresentava l’occasione per imparare a sviluppare le capacità sociali da riutilizzare nella propria vita da cittadini.

Tuttavia, da alcuni anni le dinamiche tra i ragazzi si stanno facendo sempre più complesse e impegnative da gestire per gli insegnanti; il gruppo classe lavora sempre più come un unico elemento avverso all’insegnante, nel quale la collettività appoggia e garantisce supporto e protezione ai più aggressivi e indisciplinati, che in questo modo vengono privati delle proprie responsabilità.

Mi domando se ciò non abbia a che fare con la realtà dei media. Già quando hanno cominciato ad emergere i primi fenomeni di cyberbullismo è stata rilevato quanto la possibilità di privarsi di un volto e di un nome desse l’illusione di potersi liberare definitivamente non solo del dovere di esporsi a dei rischi per i propri gesti, ma anche di tutto quel bagaglio di valori, sentimenti, principi e attitudini che nella vita reale regolano la convivenza umana; la dimensione virtuale, che indubbiamente ha anche degli aspetti positivi, ha educato all’apatia e all’incapacità di collocarsi in una dimensione sociale, lasciando disponibile la facoltà di ignorare o alienarsi dalle conseguenze provocate in se stessi e negli altri dalle proprie azioni.

Privati nella realtà di uno schermo dietro cui nascondersi, coloro che forse oggi potremmo ancora in qualche modo definire “bulli” hanno trovato nella vita reale il modo di fare delle persone intorno a sé il proprio schermo protettivo nella lotta contro l’autorità e le regole, imparando così a persistere in atteggiamenti dannosi e negativi perché supportati da un gruppo che si assume senza ragione tutte le colpe.

Non è un bisogno di appartenenza dettato dalla necessità di identificare se stessi nella relazione con gli altri, ma una sua deviazione. Anziché essere spinti dal desiderio di conoscersi e di trovare la propria direzione attraverso il confronto, in questo caso la ricerca del gruppo è motivata dall’urgenza opposta di fuggire dalle proprie azioni (e quindi, fondamentalmente, da buona parte della propria identità, sacrificata e dispersa nel “gruppo” in nome della libertà di una vita priva di conseguenze): in una dinamica del genere, coloro i quali ci stanno accanto vengono anch’essi privati della loro identità decisionale e ridotti a strumenti utili per la nostra incolumità, alleati in una guerra che solo in apparenza è indirizzata verso un nemico comune.

Ciò che realmente si tenta di indebolire e schiacciare con questo atteggiamento sono infatti non tanto le conseguenze delle proprie azioni, che si spera vengano attutite dallo scontro con un numero maggiore di possibili responsabili, ma la loro componente emozionale.

I meccanismi psicologici che si attivano nel nostro organismo di fronte all’esito negativo di un nostro piano, di fronte ad un rimprovero o una punizione (o a tutte quelle situazioni che attraverso il senso di colpa o di frustrazione generano in noi una nuova consapevolezza e una nuova attitudine nella relazione con gli altri) sono scomodi e spiacevoli, perché ci costringono ad entrare in una dimensione emotiva che oggi rifuggiamo a tutti i costi e ci rendono specchio del malessere che per primi abbiamo provocato negli altri con le nostre azioni; ma proprio attraverso di essi riusciamo a crescere sviluppando capacità essenziali per la convivenza umana, come l’empatia e un reale senso di responsabilità collettiva proprio di chi, solo dopo aver imparato a conoscere e a tutelare se stesso nella propria responsabilità di individuo, diventa in grado di tutelare anche la libertà e le possibilità altrui.

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