Fare l’animatore, per me, è quasi un “destino minore” che si ripete ogni estate. Ho iniziato quando frequentavo le scuole superiori, in un centro estivo comunale nato dall’iniziativa di alcuni giovani, immerso nel verde delle montagne biellesi. Da diversi anni vivo a Roma, e la parrocchia dei Giuseppini del Murialdo mi ha chiesto di dare una mano nel loro centro estivo, che qui si chiama “estate ragazzi”, come da tante altre parti. Non ci ho pensato due volte: la cura dei giovani è, sulla carta, nel carisma di questi religiosi, ed è il cuore della loro missione quotidiana.
Il quartiere in cui si trova la parrocchia è particolare: pochi bambini residenti, molti studenti universitari. Eppure il centro estivo resta un punto fermo, per due motivi precisi. Il primo è il costo, davvero minimo, accessibile anche alle famiglie con meno possibilità: una scelta che rende l’iniziativa non solo pastorale ma socialmente necessaria. Il secondo è l’inclusività: un’apertura vera, senza selezioni, senza barriere. Gli animatori, tra effettivi e aiutanti, sono numerosi, e tutti volontari.
Questa esperienza arricchisce, lo confermo ogni volta. Ma quest’anno ho notato qualcosa che mi ha colpito: un’evoluzione, non positiva, nei bambini, rispetto a quando ero alle superiori, alla mia prima esperienza da animatore. Un linguaggio più duro, una sfacciataggine diffusa, tracce di violenza che prima non c’erano. Ogni giorno, tra le attività formative sono emerse le sfaccettature più assurde delle loro vite interiori: bullismo quotidiano, priorità distorte, incapacità di relazionarsi, rancore verso la famiglia, ricatti, sotterfugi, giudizi crudeli lanciati con leggerezza, desideri plasmati dai desideri altrui.
Sono bambini su cui c’è molto da lavorare, ma non vanno considerati persi. Vanno investiti di attenzione, tempo, educazione. Non vanno lasciati soli, e non vanno trattati come bambini di venti, o anche solo di dieci anni fa. Il mondo è cambiato, e i bisogni più semplici rischiano di essere soffocati da altri più articolati, meno primari, ma che vanno ascoltati, capiti, disinnescati. Così come vanno disinnescati certi meccanismi di odio, più profondi del classico dispetto: raramente si risolvono con un abbraccio, perché nessuno li ha mai ascoltati o messi in discussione prima. Il bambino è una spugna, in tutti i sensi, e assorbe ciò che il mondo intorno a lui, adulti compresi, gli offre ogni giorno, nel bene e purtroppo anche nel male.



