Per la Cisl lo sciopero indebolisce il mondo del lavoro. Ma la Cgil va oltre e segna una svolta nei rapporti con l’esecutivo

(Mario Berardi)

Esplode la crisi del sindacato: Cgil e Uil, nonostante la pandemia, convocano lo sciopero generale contro il Governo Draghi, la Cisl dissente e, con una lettera del segretario generale Luigi Sbarra al Corriere, chiede un ripensamento ”per non compromettere il clima di unità costruito in questi mesi”. Senza esito.

La Cgil di Landini (ex segretario Fiom) segue la linea dura della tradizione dei metalmeccanici (pensiamo ai 45 giorni di sciopero alla Fiat nell’80), senza alcuna attenzione alla difficoltà del quadro politico, come Fausto Bertinotti che provocò la caduta del Governo Prodi e il ritorno di Berlusconi. Il segretario Cgil ritiene insufficienti i risultati ottenuti nella trattativa con il Governo su tasse, sanità, famiglia e attacca il quadro politico, come se il Parlamento potesse essere cambiato senza elezioni. Prevale una linea autoreferenziale, identitaria, anche a costo – come sottolinea criticamente il segretario della Cisl Luigi Sbarra – “di indebolire il mondo del lavoro in un momento difficile della vita del Paese, in cui abbiamo bisogno di unità e maggior dialogo tra istituzioni e corpi intermedi”.

La divisione tra le forze sociali è un’ulteriore conferma della “coriandolizzazione” del Paese; accompagna lo scontro in atto da mesi sui vaccini e sul green-pass, mentre l’emergenza indotta dalla crisi pandemica esigerebbe maggiore condivisione di tutte le parti.

Il quadro politico tiene, anche se a fatica, essendoci maggioranze contrapposte alla Camera e al Senato; ma i partiti stentano a realizzare una tregua effettiva, in aderenza all’esecutivo. I leader si muovono in ordine sparso, soprattutto in vista della scadenza del Quirinale. Enrico Letta, per non restare isolato dalle manovre di Renzi con Salvini, ha partecipato al convegno nazionale della Meloni riconoscendo il suo ruolo politico; la leader di FdI, per tutta risposta, lo ha indicato come il portavoce di Macron (la stessa accusa, per la verità, ha rivolto verso Draghi). Colloqui intensi, con reciproci riconoscimenti, tra il capo politico pentastellato Conte e l’ex premier Berlusconi, mentre il foglio vicino ai grillini (“Il Fatto quotidiano”) raccoglie migliaia e migliaia di firme contro l’ipotesi del Cavaliere al Quirinale. Salvini, per rientrare nel gioco politico, firma per la Repubblica presidenziale alla vigilia della scelta di un Presidente dalle Camere!

I partiti, a parole, si dichiarano favorevoli a un nome super partes per il Colle, ma nella dialettica quotidiana campeggiano scelte di parte, dallo stesso Berlusconi al “patriota” della Meloni sino all’ipotesi Prodi della sinistra dem.

A questo travaglio del sindacato e della politica ha rivolto l’attenzione il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, segnalando i rischi possibili nei trenta giorni che ci separano dal voto del Parlamento per il successore di Mattarella. C’è il timore che il premier Draghi possa essere logorato tra Palazzo Chigi e il Colle con gravi conseguenze per le istituzioni. In altre parole: non tiriamo troppo il Presidente del Consiglio per la giacca!

Queste settimane vanno impiegate per una rapida approvazione del bilancio dello Stato, evitando l’esercizio provvisorio che spaventerebbe i mercati finanziari; inoltre va accelerata l’attuazione del Piano europeo di ripresa e resilienza, con un forte coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni (a questo riguardo va rilevato positivamente l’accordo tra il presidente della Regione Piemonte e il sindaco di Torino per una gestione comune degli interventi). È altresì importante la scelta di Draghi (dopo lo sciopero di Cgil e Uil) di riconvocare tutte le sigle sindacali per una ripresa del dialogo, a cominciare dal fisco e dalle pensioni, evitando che la rottura nel mondo sindacale si aggravi.

In un Parlamento oberato di impegni, rallenta la discussione sulle leggi di forte impatto sui temi etici: è la conseguenza della spaccatura verticale tra centro-destra e centro-sinistra, ma è anche il risultato di una spinta “aggressiva” dell’ala laico-radicale, insoddisfatta delle correzioni apportate in Commissione al disegno di legge sul fine-vita; non è un mistero che l’ala cattolica del Pd e dei Grillini non accetti questa linea estrema. Sui temi etici, come sulla scelta per il Quirinale, occorre una vasta convergenza per la delicatezza delle questioni aperte, tenendo conto di tutte le posizioni, non avendo i nipotini di Pannella il monopolio delle idee.

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