(elisabetta acide) – Concludiamo il nostro itinerario lungo il mese di maggio, il mese mariano, con la riflessione sulla festa della Visitazione, ricordata dalla Liturgia il giorno 31 maggio.

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L’episodio biblico è forse uno dei più letti e commentati, ed una delle pagine del Vangelo di Luca che non finisce mai di offrirci elementi di profondo stupore e meraviglia.

Maria parte, con sollecitudine, non frettolosamente, ma con desiderio di “andare”, si sobbarca oltre 100 Km per recarsi in Giudea, non ci pensa troppo… ha saputo dall’angelo Gabriele della cugina Elisabetta.

E parte.

Già solo queste prime righe del racconto lucano si forniscono la “logica” di Maria, l’immagine della donna sollecita, umile, operosa e credente.

Non è partita Maria per “verificare” quanto l’angelo aveva annunciato: il suo cuore, la sua vita, la sua voce, avevano già detto Sì a Dio; parte Maria per portare la Gioia, la Grazia, Dio, alla cugina Elisabetta.

Parte Maria perché è la testimone di quel Dio in Lei.

Parte Maria perché spinta dalla Grazia piena e ricca, che sa di non poter tenere solo per sé.

E arriva Maria, in quel villaggio e trova Elisabetta; due madri si abbracciano, quattro vite si incrociano: e lì c’è Dio.

Non ha esitazioni Elisabetta, non può sbagliare, anche il bambino dentro di lei ha “sussultato”, ha “gioito”, ha “esultato” di fronte alla Madre del Redentore ed Elisabetta, non può tacere.

“Beata”

Non Maria, non ciao, non perché sei qui, come facevi a sapere, …

“Beata te che hai creduto”.

Beata Maria che con il suo Sì ha aperto le porte al “Dio con noi”.

Beata Maria: “dice bene” di te, Elisabetta, “riempita di Spirito Santo”, lo dice “a gran voce”, perché le lodi non possono essere “sussurrate”, devono essere “gridate” e di Maria, possiamo dire “molto bene” è la “benedetta tra le donne”.

Beata Maria, dice “bene” di te , Dio.

Beata Maria hai “creduto”, per mezzo tuo, si compirà il “disegno”; tu che hai “accolto” il dono di Dio, sarai per noi “dono”, portatrice di Cristo, grembo del Figlio.

Beata Maria, perché hai portato “Dio con noi”, che non hai “indugiato” se non per un attimo, e hai portato a noi il Salvatore.

Beata Maria che hai “sorretto il peso” della “richiesta” di Dio, che hai lasciato “spazio” a Dio, che hai “lasciato” Dio agire in te.

Beata Maria, perché sei “santa”, perché sei madre di Dio.

Beata Maria perché hai “lasciato fare a Dio”.

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Istituita da papa Urbano VI nel 1389, ma celebrata precedentemente, dal 1263 dai frati francescani,  quando Bonaventura da Bagnoregio, Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, nel Capitolo di Pisa la estese a tutti i conventi dell’Ordine francescano: la festa della Visitazione di Maria viene confermata nel sinodo di Basilea nel 1441.

Nel 1390 Bonifacio IX, con la bolla Superni benignitas Conditoris, la estese a tutta la Chiesa d’Occidente per invocare l’intercessione della Madonna nella risoluzione dello scisma d’Occidente, durato circa quarant’anni (1378 -1418).

Il Concilio Vaticano II con il nuovo Calendarium Romanum (14 febbraio 1969) voluto da San Paolo VI, fisserà la celebrazione il 31 maggio, a chiusura del mese di maggio, appunto il mese mariano.

La sollecitudine di Maria mi fa pensare alla “missionarietà, a quella “Chiesa in uscita”, della quale stiamo tanto parlando, ma della quale forse abbiamo un po’ perso di vista l’ “orizzonte”.

Mi piace pensare alla “visitazione” come alla “prossimità”: ricordiamo che il prossimo in Israele era il “vicino”, meglio il “vicinissimo” nel senso che condivideva il suolo se straniero, il membro del popolo, il connazionale (Lv 19, 13-14; Sir 7.20; Dt 24,14 ; Lev 19,33-34; Sir 4,1-5) e Maria si farà “prossima” come quel racconto di Lc 10,29-37, secondo una “nuovo logica”, che ci farà “entrare” nella “vita dell’altro”, che ci farà “chinare” sulle sue necessità, che ci “allenerà” all’azione secondo quei 10 verbi messi in atto dal Samaritano: non una “legge”, ma una serie di “azioni”.

Maria “in uscita”, prossima, sa che solo attraverso l’umiltà ed il servizio devono avere come “soggetto” il prossimo, per avere come “soggetto” Dio. Dio “visibile” negli altri, nelle “visite” quotidiane, nelle “nostre giornate”, nei nostri solleciti sguardi.

Maria sa che l’ “essere in uscita” e recarsi con sollecitudine è “portare Dio”, perchè quel “Dio con noi” si è “fatto prossimo all’uomo” e Dio, il Figlio di Dio è nel suo grembo di madre e sa che non può essere “trattenuto” ma “annunciato”, “portato”, “condiviso”.

Il brano del Vangelo di Luca, quindi, dal quale trae origine la festa e la devozione a Maria “che visita” la cugina Elisabetta (Lc, 1, 39-56), è un “incontro” di donne: l’una giovane vergine e l’altra anziana e sterile.

E la giovane si reca dalla anziana, incontro di due “grembi” in attesa, di promesse, di colui che ha “sussultato” e che sarà voce per “preparare la via” di Colui che l’ha fatto “sussultare” di gioia, di Colui che sarà indicato dal “sussultatore”: “Agnello” di Dio”.

La “fecondità” delle donne – madri che attendono, perché la promessa è giunta a compimento.

Attesa e promessa, dunque in quell’incontro che vede Maria sollecita “in uscita”.

La visita di Maria ad Elisabetta, allora  “modello” di Maria Madre della Chiesa in “uscita”, “umana” certo, ma soprattutto “cristiana”, Chiesa che “porta Cristo” come in quel “grembo”.

Non dimentichiamo: Maria non fa una “visita” di cortesia, “rimane” fino alla nascita di Giovanni.

Penso che occorra riflettere su questo significato nella Festa della Visitazione: rimanere è “far dimorare” Cristo in coloro che visitiamo, come Maria ha portato la “Grazia” di cui era piena nella casa di Zaccaria ed Elisabetta ed a Giovanni, così anche noi possiamo, come cristiani, provare a portare e a far “rimanere” Cristo.

“In uscita” sollecita, con i “prossimi”, non solo i lontani, anche i “vicinissimi”, quelli che “sono accanto”, quelli che “diamo per scontati”, “quelli che pensiamo abbiano già Cristo”, perché il “rischio” della Chiesa in uscita, è fare il “contrario” della prossimità in Israele: allontanare i vicini per avvicinare i lontani.

Apparteniamo alla “stessa storia”, quella della salvezza, quella di quella donna anziana e di quella donna giovane, quella di quelle madri, quella del passato e quella del futuro, quella dell’attesa e quella della speranza, quella della promessa e quella del compimento.

Ci siamo fermati “alla soglia” forse con lo sguardo all’esterno, abbiamo dimenticato che “soglia” è “luogo” privilegiato, è “visione dentro e fuori”, siamo “partiti” e abbiamo “abbandonato” il “dentro” o forse non ci siamo “curati” di “visitare” chi è “rimasto dentro”.

Quella “soglia” che ci ha fatto muovere con entusiasmo ma che forse non ci ha consentito di “visitare” con autentica umiltà e “grazia”, di “dimorare”, senza avere le pretesa di “far entrare”, ma di “restare” con il nostro grembo “pieno di Dio”.

Siamo “usciti” pieni di entusiasmo, ma forse siamo arrivati a “tutto”, ma non abbiamo portato “Tutto”.

Collochiamo allora la nostra “uscita” senza perdere di vista il centro: Gesù in quel grembo e allora anche da noi quel “canto” proromperà magnificando Dio e le sue opere.

Maria che “visita” ci offra l’esempio per “visitare” ed “essere visitati” da quell’Amore che già dal grembo dona “Grazia”, che ci fa “sussultare di gioia”, che ci fa partecipare della “beatitudine” e della “santità” che il suo “dimorare” con noi ci porta.

Siamo “in cammino”, non lasciamo interrompere i passi con la sfiducia, con l’insicurezza, con la delusione, come Maria affrontiamo “i monti della Giudea”, perché anche noi, come Maria animata, perché colma di Spirito Santo, possiamo portare al prossimo quel Cristo vivo che lei ha portato in casa di Elisabetta ed al mondo.

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