Tenuta Roletto
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lunedì 23 Marzo 2026

Reale mutua
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LA DENOMINAZIONE DI UN LUOGO GEOGRAFICO, LO STUDIO DELLE ORIGINI PER CONOSCERNE LA STORIA

I toponimi (alcuni) della Valchiusella

Oggi in italiano derivano dal latino e prima ancora da nomi celti, romani, medioevali

(di Andrea Tiloca)

Quando ci si reca in un luogo e specialmente quando in esso si sceglie di vivere, è importante...

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Il Gran dji Bric della Collina Chivassese incontra il Pinerolese

Venerdì 13 marzo sì è svolta a Pinerolo una serata dedicata alla promozione delle filiere corte agricole e sui vantaggi per agricoltori, trasformatori e consumatori sottoscrivono contratti di filiera.
La serata, organizzata da Coldiretti Torino, è stata l’occasione per presentare l’esperienza della “Filiera del Gran dji Bric” e per la firma di un protocollo (foto) di fornitura della farina del Gran dji Bric che sarà utilizzata in tre esercizi del Pinerolese.
La filiera del Gran dji Bric è un esempio virtuoso di filiera agricola che raggruppa una ventina di agricoltori che seminano alcune varietà di grano tenero da panificazione e prodotti da forno adatte al territorio collinare, su una superficie di 100 ettari in 12 comuni (Casalborgone, Monteu da Po, Verrua Savoia, San Sebastiano da Po, Sciolze, San Raffaele Cimena, Rivalba, Lauriano, Cavagnolo, Castagneto Po, Brusasco, Brozolo).
Il grano viene trasformato in farina dal Mulino di Casalborgone da cui si riforniscono 4 panificatori e trasformatori del territorio che, con la farina del Gran dji Bric, sfornano varie tipologie di pane, biscotti, grissini. Nel corso della serata sono stati offerti assaggi di prodotti realizzati con ferina del Gran dji Bric (pizze gourmet con vari gusti, primi della cucina piemontese, dolci sfiziosi).

Cattolico ecumenico e uomo di pace (di Fabrizio Dassano)

Foto: Alessandro Favero
Alessandro Favero: un intellettuale canavesano dimenticato tra antifascismo e fede
Ho conosciuto incidentalmente questa figura da una lettera, che lui, cattolico e antifascista, indirizzò all’avversario politico Flavio Razetti, ex socialista confluito nel fascismo primigenio. Una lettera, pubblicata sul foglio fascista locale Corriere Canavesano, pregna di significato sul concetto di libertà intellettuale che si può leggere in: Adolfo Camusso, Flavio Razetti, canavesano, I Quaderni de “L’Escalina” N. 4 (Editore I Luoghi e la Storia – Ivrea 2025).

Il Canavese smembrato: quando il fascismo ridisegnò i confini
Ma veniamo ai fatti; nel 1926 il Canavese a livello amministrativo venne smembrato: Ivrea con l’eporediese e il Canavese fino a Mazzè, furono inglobati nella nuova grande Provincia d’Aosta provocando le ire (poi taciute e omologate) di una certa componente fascista locale, quella più “intellettuale” (Leydi, Gotta, Anselmo). Invece Cuorgné e circondario, confluirono nella Provincia di Torino, mentre per il restante Canavese, il nuovo centro amministrativo e burocratico divenne la scomodissima Aosta.

Razetti contro lo smembramento: una voce critica sul Corriere Canavesano
Razetti, giornalista e oratore politico, scrittore appassionato del Canavese, fu tra i più arrabbiati per lo smembramento voluto proprio dal fascismo e la sua posizione critica apparve anche nelle colonne de il Corriere Canavesano che provocarono una lunga lettera di Alessandro Favero, sempre pubblicata sul medesimo foglio. Favero, dopo una precisa connotazione storico-politica del concetto di Canavese, storico civile e storico ecclesiastica, così concludeva: «So che la carità patria le farà sanguinare il cuore; ma, questo a parte, Ella è il soldato che ha perduta la battaglia per colpa dei commilitoni. Recriminare? No. Unirci quanti abbiamo da Dio un po’ di intelligenza e in eredità: e i bestioni, mandarli in stalla… e manganellarli come si fa coi muli… È il loro analfabetismo che ci ha rovinati! Un affettuoso saluto dal suo vecchio amico.»
Razzetti sul medesimo foglio rispondeva ringraziandolo ma chiosando con la finale e sostanziale ubbidienza alle superiori volontà del regime.

Chi era Alessandro Favero: filosofo, giornalista e uomo di pace
Chi era Alessandro Favero? Era nato a Vistrorio il 14 agosto 1890 e vi morì il 3 marzo 1934 neanche quarantaquattrenne. In quel paese è ricordato nella toponomastica locale da una via. Fu un filosofo, scrittore e giornalista. Esponente del mondo cattolico d’inizio secolo, si occupò prevalentemente di temi quali la pace internazionale, l’ecumenismo e, più in generale la storia del movimento cattolico, specie nella fase tardiva della polemica modernista.

Formazione, ecumenismo e il quindicinale sotto censura
Compì gli studi al Liceo Classico “Carlo Botta” a Ivrea e quelli universitari a Torino, dove si laureò nel 1914 in diritto ecclesiastico. Con Attilio Begey pubblicò un’opera su monsignor Luigi Puecher Passavalli, opera che viene posta all’indice il 13 gennaio 1913. Nel 1912 prese parte al sinodo della Chiesa Valdese a Torre Pellice dove incontrò Ugo Janni. Con Janni e con don Brizio Casciola fondò la “Lega di preghiera per l’Unione delle Chiese cristiane”. Dal 1° ottobre 1915 al 16 agosto 1917 pubblicò a Torino il quindicinale Il Savonarola, pesantemente attaccato dalla censura.

Le leggi fascistissime e la fine del mandato da sindaco
Al termine della Prima guerra mondiale, alla quale fu riformato per gravi motivi di salute, visse per alcuni anni in isolamento. Fu eletto sindaco di Vistrorio Canavese, e una delle sue prime pubbliche manifestazioni avvenne a Castellamonte il 19 settembre 1926, quando organizzò il terzo convegno dell’Associazione Universitari Canavesani (AUC), convegno noto soprattutto per l’intervento dirompente del filosofo Piero Martinetti sul tema della libertà.
La cosa gli costò la costrizione alle dimissioni da sindaco per il suo pacifismo e antifascismo in concomitanza con l’entrata in vigore delle “leggi fascistissime”, un insieme di norme, ideate principalmente da Alfredo Rocco, che trasformarono il regno d’Italia in un regime totalitario, sancendo la fine della democrazia liberale, accentrando il potere su Mussolini, soppressa la libertà di stampa e sindacale, e sostituito gli organi elettivi locali con podestà nominati dal governo.

L’esilio in Romania e gli ultimi anni di attività
Alessandro Favero scelse la via dell’esilio e dal 1927 al 1932 fu lettore di italiano presso l’antica Università di Cluj in Romania. Nel 1929, conseguì la seconda laurea in filosofia presso l’Università di Milano. Collaborò a varie riviste e giornali come La Rivista dei Giovani di don Cojazzi, il settimanale dell’Azione Cattolica torinese L’Armonia e la rivista pancristiana di Ugo Janni Fede e Vita.

Le opere e la memoria: dove ritrovare Favero oggi
Tra le sue opere si ricordano: S.E. monsignor arcivescovo L. Puecher Passavalli dell’Ordine dei Cappuccini (1911, con A. Begey), Stato e Chiesa e loro rapporto nel pensiero giuridico-politico di A. Rosmini Serbati (Ivrea 1914), Paschale praeconium (Torino 1915), Di alcune interferenze platoniche nella scolastica di Dante (Ivrea 1921), Un épisode de fraternité entre un blanc et un nègre (Ivrea 1932) e alcune conferenze.
La sua opera è sintetizzata nel Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, diretto da Francesco Traniello e Giorgio Campanini per la Marietti editore; le sue carte, che andrebbero studiate soprattutto oggi, sono conservate presso l’archivio storico della Fondazione Carlo Donat-Cattin di Torino, versate dall’importante figura canavesana Carlo Trabucco.
Il nostro Risveglio Popolare diede ampio resoconto della commemorazione di Alessandro Favero a Vistrorio nel numero del 30 maggio 1935 (foto sotto) .

Niguardiadi

Nell’Aula Magna dell’Ospedale Niguarda di Milano la luce filtra dalle grandi vetrate artistiche, parte del progetto originario dell’ospedale. Costruito negli anni Trenta come una vera “città della cura”, fu pensato come un luogo in cui arte e medicina potessero convivere. Sulle pareti scorrono i nomi dei benefattori che ne hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo.
In questo spazio carico di storia si è svolto il convegno “Niguardiadi – sport oltre l’agonismo”, promosso dall’associazione AmaLO insieme all’ospedale, con l’obiettivo di raccontare come lo sport non sia soltanto attività fisica, ma passione, correre, giocare, partecipare. Non per vincere una gara, ma per sentirsi parte della comunità, “come gli altri”. Sono stati allestiti campi da gioco, con specialità impreviste e novità. Prima all’esterno, poi, per la pioggia in un’ampia aula. Il nostro nipotino Martino, ancora piccolo di età e soprattutto con un cuore “piccino”, si appassiona al baskin, la pallacanestro inclusiva dove le strutture e le dimensioni tecniche si adattano all’atleta e non viceversa.
13 anni fa Viviana e Alessandro trascorsero 8 mesi in ospedale a Bergamo con il figlio Lorenzo. Dopo questo lungo e difficile periodo che tuttavia essi stessi definiscono fantastico, desiderano per loro figlio tutta la felicità e la normalità possibili. Scoprono il potere straordinario di dare senso alle cose ordinarie, che per Lorenzo sono il gioco, lo stare insieme, abbracciare la natura, scoprire il mondo. Incontrano Lucia, psicopedagogista, anch’essa con un cuore speciale, che non concepisce lo sport come accessorio, ma necessario come l’aria.
Lo sport coinvolge l’intelligenza globale della persona, fatta di corpo, di cuore, di testa e di anima come costante ricerca di senso. La cardiologa Simona si appassiona ai tanti cuori che deve curare e custodire con la sua equipe e si lega all’associazione. Ci vogliono coraggio e fiducia: questi bambini e queste famiglie vanno accompagnate da bravi medici e da tutta la comunità, comprese le istituzioni.
Che avventura la prima edizione delle Niguardiadi! Che spettacolo vedere i piccoli atleti giocare, ascoltare le loro esperienze, ammirare l’entusiasmo di Simona, Lucia e di tanti altri operatori sanitari ed educativi.
“Non andare sempre dove ti porta il cuore, ma porta sempre il tuo cuore ovunque tu vada!”
(Lucia Todaro)

CAMMINO DI RINASCITA – Commento al Vangelo di domenica 22 marzo

C’è un dettaglio, nel racconto della risurrezione di Lazzaro: Gesù non si affretta. Riceve la notizia, sa, ama, e resta due giorni dov’è. È un ritardo che ferisce. È il ritardo che tutti, prima o poi, sperimentiamo nella preghiera. Il Vangelo ha il coraggio di dirlo senza attenuarlo: “Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase due giorni”. L’amore di Cristo non coincide con l’immediatezza. Anzi, sembra attraversare una distanza. Dio non è il garante dei nostri tempi; non interviene per evitare ogni perdita, non arriva sempre “in tempo” secondo la nostra misura. E tuttavia, proprio in questo, rivela qualcosa di più grande della soluzione del problema.
Marta chiede, implicitamente, un intervento puntuale: “Se tu fossi stato qui…”. È la fede che crede nella presenza efficace di Gesù dentro i limiti del tempo umano. Ma Gesù la spinge oltre: non promette solo una risurrezione futura, né si limita a compiere un miracolo, e pronuncia una delle parole più vertiginose del Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita”. Io sono. La risposta di Dio alla morte non è anzitutto un evento, ma una presenza.
La fede cristiana non è credere che le cose andranno bene, ma che qualcuno è presente anche quando tutto sembra perduto. Eppure, questo Io sono non cancella il dolore. Il testo insiste: Gesù “si commosse profondamente”, “si turbò”, “scoppiò in pianto”. Dio piange. Non è una scena di facciata, non è pedagogia emotiva. È rivelazione: Dio non guarda la morte dall’alto, ma la attraversa. Non consola a distanza, ma entra nel lutto. Le lacrime di Cristo non risolvono il problema, Lazzaro è ancora nel sepolcro, ma lo abitano. Se cerchiamo una fede che protegge dal dolore, questo Vangelo ne capovolge la prospettiva: Dio non elimina il dramma, lo condivide fino in fondo.
Dio chiama Lazzaro fuori dalla morte, ma sono gli altri a scioglierlo dalle bende. È una immagine potente della Chiesa: comunità chiamata non a sostituirsi a Dio, ma a rendere praticabile la vita che Dio dona. Giovanni insiste: Lazzaro è morto da quattro giorni. Nel giudaismo del tempo, il quarto giorno segnava la fine di ogni speranza. È lì che arriva Gesù. Non prima. Questo Vangelo non parla solo della morte biologica. Parla di tutte le situazioni in cui diciamo: “È troppo tardi”. Relazioni spezzate, vocazioni smarrite, colpe sedimentate, speranze consumate… Il “quarto giorno” è il luogo in cui l’uomo smette di aspettarsi qualcosa, ma è proprio lì che risuona la voce: “Vieni fuori”. La fede a cui il Vangelo conduce è più radicale: credere che Dio è già all’opera anche quando sembra assente, e che la sua gloria non coincide con l’evitare la morte, ma con il trasformarla dall’interno.
Gv 11,1-45 (Forma breve)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio,
Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita;
chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io so che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il lutto per la morte di un figlio: chi ne è colpito necessita dell’ascolto e dell’aiuto di tutti

La notte degli Oscar ha premiato il film “Hamnet”, della regista Chloé Zhao, che tratta il tema del lutto per la morte di un figlio. Dalla pellicola alla vita reale: che cosa accade ad un genitore che sperimenta la perdita di un figlio?
Vivere un lutto è un’esperienza che richiede un profondo cambiamento interno, spesso influenzato da fattori sociali, dalla cultura di appartenenza, ma anche da come la persona e la comunità si modificano adattandosi intorno alla concretezza di una perdita.
Quando si perde un figlio non si perde solo un affetto, ma il pensiero di futuro e di speranza nell’avvenire generatisi con la nascita di un figlio. La vita si spezza in un prima e un dopo: nel “prima” c’era un progetto, il “dopo” appare buio e senza significato. I genitori che perdono un figlio sono consapevoli che il loro dolore non potrà mai essere pienamente compreso da chi non ha vissuto la stessa esperienza, piegati dal senso di innaturalità per essere sopravvissuti a chi, invece, avrebbe dovuto portare avanti la vita.
Il processo del lutto è sempre complesso e se ne riconoscono delle fasi che non necessariamente procedono secondo una linearità o tempi scanditi e definiti. Si passa da un senso di torpore e irrealtà, che si accompagna con profonda angoscia e rabbia, per poi sperimentare un sentimento di profonda ingiustizia e di impotenza per l’ineluttabilità dell’evento. Segue uno stato depressivo che quieta le reazioni di disperazione più drammatiche e permette di essere più consapevoli sia di quanto accaduto sia di quello che si delinea nel futuro per poi cominciare, nella fase finale di elaborazione del lutto, a riorganizzare sé stessi.
Il ruolo delle persone vicine a chi vive un lutto, e di tutta la comunità in generale, è essenziale nel percorso di elaborazione della perdita. La possibilità di accedere a gruppi di persone che hanno avuto la stessa esperienza permette di uscire da quel senso di isolamento e di incomprensione; la possibilità di avere qualcuno con cui parlare e che sia davvero capace (senza interrompere, banalizzare o imporre il proprio pensiero sulla necessità di una risoluzione rapida) di un ascolto profondo e prolungato di un’esperienza tanto dolorosa permette di dare voce a quei pensieri e quelle emozioni che se soffocati possono aggravare lo stato della persona.
Chi è vicino ad una persona che esperisce un dolore così importante deve tener conto che il lutto coinvolge tutti, anche chi sembra soffrirne meno o sopportare meglio quel vuoto, e che esiste una profonda paura nel cuore di ogni genitore: che il figlio morto potrebbe essere dimenticato se si riprende una vita “normale”. Aiutare a indirizzare pensieri ed energie per creare, costruire, generare qualcosa che rimanga “nel nome del figlio” sarà il dono più importante che si potrà porgere all’altro.

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