Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

giovedì 16 Aprile 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

giovedì 16 Aprile 2026

Caricamento

SMAT HA INAUGURATO SABATO SCORSO A LOCANA LA MAXI OPERA DA 250 MILIONI DI EURO

Grande Acquedotto della Valle Orco

140 km di tubazioni portano a 50 Comuni l’acqua del Gran Paradiso

Articolo completo su Il Risveglio Popolare di giovedì 2 aprile. Foto di Maurizio...

Claudio Baglioni a Torino. A settembre concluderà il suo tour di concerti in Piazza San Carlo

Si chiuderà a Torino, venerdì 18 settembre in piazza San Carlo, il GrandTour di Claudio Baglioni per celebrare i 40 anni dalla pubblicazione dell’album La vita è adesso. L’artista è stato accolto nei giorni scorsi nella Sala Rossa di Palazzo Civico, dove è stato omaggiato con una pergamena della Città di Torino. Alla cerimonia sono intervenuti il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo e l’assessore ai Grandi eventi e Turismo Domenico Carretta.
“Siamo davvero orgogliosi – si è espresso il sindaco Stefano Lo Russo – che Claudio Baglioni abbia scelto la nostra città per terminare un tour di concerti così importante e simbolico di una lunga e fortunata carriera. Una scelta che testimonia come Torino sia sempre più attrattiva per ospitare grandi eventi ma anche un legame speciale tra un artista così importante per la storia della musica italiana e la nostra città, dove vent’anni fa si esibì nella cerimonia inaugurale dei giochi olimpici invernali, un evento che, proprio come le sue canzoni, è nel cuore di tantissime e tantissimi torinesi”.
“Sono davvero molto toccato dall’accoglienza ricevuta, la Sala Rossa del Palazzo Civico è vicina, come colore, al mio stato d’animo, carico di emozione e di passione – ha detto Claudio Baglioni – Con questa città ho avuto e ho un lunghissimo rapporto, un incontro personale e professionale che oggi si realizza e si definisce ancora di più. Torino è stata protagonista di tanti miei inizi, dei debutti di molti dei miei progetti. Piazza San Carlo sarà l’approdo ideale, il gran finale di questo ultimo giro di concerti. 
Il rapporto tra Claudio Baglioni e Torino attraversa oltre cinquant’anni ed è segnato da momenti rilevanti della sua carriera. Proprio qui, nel 1972, presentò in anteprima Questo piccolo grande amore, uno degli album più importanti del suo percorso artistico, da cui l’omonimo brano, premiato come Canzone del secolo al Festival di Sanremo del 1985. Sono tantissimi, negli anni successivi, i tour che negli anni hanno fatto tappa a Torino, con concerti allo Stadio Olimpico, all’ex Stadio delle Alpi, al PalaOlimpico, al Pala Gianni Asti e in luoghi simbolo della città e del territorio, quali il Teatro Regio, l’Auditorium Giovanni Agnelli e la Reggia di Venaria. Tra i momenti più speciali, il concerto Human Rights Now! voluto da Amnesty International nel 1988, in cui Baglioni è protagonista insieme ad alcuni tra i maggiori artisti della scena mondiale e la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006, durante la quale esegue l’inno ufficiale, di cui è anche compositore, accompagnato dall’orchestra Rai e dal coro del Teatro Regio.
Il GrandTour La vita è adesso prenderà il via a fine giugno in piazza San Marco a Venezia, per poi toccare i luoghi di più alto valore storico, archeologico e paesaggistico d’Italia, come il Teatro Greco di Siracusa, l’Anfiteatro degli Scavi di Scavi di Pompei, il Teatro Antico di Taormina e la Reggia di Caserta, per un totale di 48 concerti, con tappa finale nella nostra città.

Tempi difficili per il sovranismo, tra la fine di Orban e gli attacchi di Trump

La fine dell’era Orban in Ungheria pone problemi di linea politica anche alla destra sovranista italiana, perché sia la Meloni sia Salvini (più apertamente) erano schierati con il leader duramente sconfitto dal voto popolare di domenica scorsa. Peraltro, il vincitore Peter Magyar non è un esponente della sinistra ma del Partito Popolare Europeo (centro-destra): il suo slogan elettorale è stato preciso: “Sì all’Europa, No a Putin”. Il successo del PPE è anche una sonora sconfitta di Trump, che aveva mandato a Budapest in campagna elettorale il suo vice Vance (esponente dei MAGA) e che si è poi scagliato addirittura contro Papa Leone asserendo che dovrebbe parlare solo di “temi etici” (come se “non uccidere”, “non rubare”, “non desiderare la roba d’altri” fossero scomparsi dal Decalogo).
In Ungheria è caduta la diga del sovranismo, del boicottaggio a Bruxelles, dei veti sull’aiuto all’Ucraina… Ora, senza la sponda di Orban, sarà impossibile per Fratelli d’Italia e per la Lega una linea di mediazione tra l’Europa e la scelta nazionalista. La presidente del Consiglio, in particolare, rischia di ritrovarsi sola a Bruxelles nella difesa del diritto di veto di ognuno dei 27 Paesi: dovrà probabilmente rassegnarsi ad accettare la proposta Draghi di voto a maggioranza qualificata, per evitare l’impasse dell’Unione.
Ma anche la deriva trumpiana sconvolge il quadro della destra: chi appena qualche mese fa proponeva il Tycoon per il Nobel della Pace, oggi si associa alla generale deplorazione della Casa Bianca per l’inammissibile attacco al Papa e rifiuta la base di Sigonella per l’attacco all’Iran, ricevendo dallo stesso Trump una durissima bordata (“Sono scioccato dalla Meloni”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca al “Corriere della Sera”). Resta il nodo di fondo: il superamento politico della scelta nazionalista, l’accettazione piena – come chiede Mattarella – del multilateralismo.
Nel destra-centro la linea europeista di Budapest ha rafforzato la permanente adesione pro-Bruxelles di Forza Italia e del ministro degli Esteri Tajani (PPE); i problemi nascono invece dall’interno del partito per l’iniziativa della Famiglia Berlusconi che contesta la leadership Tajani e chiede un ampio rinnovamento, a cominciare dai capigruppo parlamentari. Ma questa pubblica intromissione di Marina e Pier Silvio Berlusconi ha riaperto l’annosa questione del “conflitto d’interessi”: possono i proprietari di Mediaset (che controlla tre reti televisive) decidere i destini di una forza politica di governo, scelta dagli elettori al voto?
Nel “campo largo”, rafforzato dal voto referendario e dalla crisi del sovranismo, domina il caso “primarie”, divenuto fonte di forti contrasti; la Schlein insiste per una competizione a due con l’ex premier Conte, sostenuta da Franceschini, mentre Renzi (Casa Riformista) sponsorizza la candidatura della sindaca di Genova Silvia Salis, (Pd, area riformista) ben piazzata nei sondaggi. In concreto tre posizioni diverse: una radicale di sinistra (Schlein), un “movimentista” (Conte), una moderata di centro-sinistra (Salis).
Ma, prima delle primarie, voci autorevoli (da Prodi a Veltroni) chiedono un accordo programmatico, per passare dal mero “No” al governo Meloni ad un vero disegno di società. A cominciare dalla politica estera, ove permane la “benevolenza” del M5S verso Mosca; ultimo episodio il “sì” dei Pentastellati, insieme alla Lega, alla presenza russa alla Biennale di Venezia, nonostante il “no” di Bruxelles per l’aggressione di Putin all’Ucraina, capofila degli autocrati, precursore con la guerra a Kiev della politica di potenza poi perseguita da Trump e Netanyahu.
Sul piano Economico-sociale, secondo il leader di Azione Carlo Calenda, le proposte del Pd costerebbero allo Stato un centinaio di miliardi: dove reperire le risorse?
Alle elezioni politiche del settembre ’27 manca oltre un anno: sarebbe deplorevole sprecarlo nelle diatribe nei poli e tra le coalizioni: sul tema essenziale della pace e sulla lotta alla crisi economica indotta dalla guerra sarebbe necessario un confronto costruttivo tra le forze politiche, nell’interesse del Paese, rinunciando a quindici mesi di campagna elettorale. Un lusso che cinquanta milioni di elettori non gradirebbero, con il Parlamento ridotto ad uno stand per comizi. Positiva, in questo quadro, la difesa della Meloni contro gli attacchi di Trump, da parte della Schlein.

EDITORIALE – Parole e fratture

Non è solo una questione di parole fuori luogo, ma una frattura crescente nel modo in cui intendiamo la comunicazione pubblica e il suo rapporto con la verità. Il linguaggio moderno è sempre più orientato allo scontro, a declassare l’interlocutore a bersaglio. In questo modo la parola perde la sua funzione originaria di costruire relazione, la comunicazione diventa esercizio di forza.
“L’attacco, senza precedenti, del presidente Trump a Papa Leone XIV ha marcato un segno negativo nello stile e nei toni”, rileva l’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali. Da una parte c’è un attore politico con un linguaggio e una logica che appartengono alla competizione politica, dove il conflitto è ricercato, considerato fisiologico, persino utile. Nulla che lo giustifica, ma aiuta a comprenderne la matrice. Dall’altra una controparte che politica non è. Il ruolo del Papa è di altra natura: non rappresenta un interesse, ma un orizzonte, non cerca maggioranze, ma richiama coscienze. Quando Papa Leone XIV rifiuta di entrare nello scontro, non evita il confronto; ne cambia il livello, sottrae la parola alla logica della contrapposizione per restituirla a quella della responsabilità.
È proprio questa asimmetria a rendere l’episodio significativo. Quando si pretende di trattare il Papa come un interlocutore politico, si compie un errore di prospettiva, si perde di vista il fatto che esistono voci che non competono, ma orientano, che non dividono, ma tengono insieme. Il richiamo della Cei va in questa direzione: il Papa è chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace. In un tempo di conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità, e la sua parola pesa.
Secondo il gesuita Antonio Spadaro il Papa “è chiamato in causa, nominato, combattuto, segno che la sua parola incide. Qui emerge la forza morale della Chiesa, non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone non risponde sul terreno della polemica. È libero e quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta e ciò che più conta”. Non tutte le parole servono allo stesso scopo; alcune aprono scenari di guerra, altre provano a evitare che ce ne siano ancora.

Edizione 16 Aprile 2026

ANNO CVI – N° 15
Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato? Abbonati!

Olimpiadi estive: Piemonte, Lombardia, Liguria, (Torino, Milano, Genova) insieme per una candidatura olimpica del nord-ovest

Le Regioni Piemonte, Lombardia e Liguria, insieme alle Città di Torino, Milano e Genova, annunciano l’avvio di un percorso congiunto volto a valutare la possibilità di presentare una candidatura unitaria del Nord-Ovest italiano per ospitare una futura edizione dei Giochi Olimpici e Paralimpici estivi.
L’iniziativa nasce dalla volontà di valorizzare la vocazione sportiva, infrastrutturale e internazionale di tre territori fortemente connessi tra loro, capaci di mettere a sistema competenze, impianti sportivi, infrastrutture di mobilità e una consolidata esperienza nell’organizzazione di grandi eventi. L’asse Torino–Milano–Genova rappresenta infatti uno dei sistemi urbani più dinamici d’Europa, caratterizzato da una forte integrazione economica, culturale e logistica. Un elemento centrale della possibile candidatura è rappresentato dall’impegno a costruire un progetto fortemente orientato alla sostenibilità ambientale ed economica, in linea con le più recenti indicazioni del Comitato Internazionale Olimpico. L’obiettivo è valorizzare in larga parte infrastrutture e impianti già esistenti, limitando al minimo nuove costruzioni e privilegiando il riuso di strutture sportive, universitarie e fieristiche già presenti nei territori interessati con il coinvolgimento anche delle imprese protagoniste di questo territorio.
Un modello olimpico diffuso che riduca l’impatto ambientale, ottimizzi le risorse pubbliche e generi benefici concreti e duraturi per le comunità locali. A rafforzare questa prospettiva vi è inoltre la solida esperienza nell’organizzazione di grandi eventi internazionali maturata negli ultimi anni dalle città e dalle regioni coinvolte.
Le istituzioni coinvolte intendono ora avviare una fase preliminare di confronto e approfondimento con il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, con il Governo, con il mondo dello sport, con le università e con i principali stakeholder territoriali, con l’obiettivo di verificare la fattibilità di una candidatura, con un primo orizzonte temporale rappresentato dalle Olimpiadi del 2036 o, in alternativa, da quelle del 2040.

Caricamento