Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

venerdì 9 Ottobre 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

venerdì 9 Ottobre 2026

IERI L’ASSEMBLEA GENERALE A IVREA: LE SFIDE DEL PRESENTE E QUELLE DEL FUTURO

Cambio ai vertici di Confindustria Canavese

AUGUSTO GEMINIANI SUBENTRA A PAOLO CONTA

Giornata impegnativa per Confindustria Canavese, che nel primo pomeriggio di mercoledì 7 ottobre,...

L’OPERA E’ DEL 1734, MA TUTTO INIZIO’ NEL SECOLO XI CON I MONACI BENEDETTINI E I SUCCESSIVI CAMBIAMENTI

Le Confraternite e la devozione al Santo di Assisi

A Borgomasino l’antico coro ligneo con episodi della vita di frate Francesco

(di Francesco Mosetto)

Foto: Carlo Giuseppe Flecchia di Ivrea, Coro ligneo con episodi della vita del santo, 1734. Nei...

Caricamento

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Serpenti

Un racconto, un film kafkiano: parole usate più volte e in più sedi per definire la pellicola di...

EDITORIALE – Sguardo

“Uno sguardo nuovo: prestare attenzione nell’era del clickbait”. È il tema scelto da Papa Leone per la 61ª Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali di domenica 16 maggio 2027: domenica in cui in diocesi sarà anche organizzata la giornata de Il Risveglio Popolare.
“L’economia dell’attenzione, con la sua lotta per pochi istanti di interesse nel flusso rapido e interminabile di contenuti, sta trasformando non solo le nostre capacità cognitive ma anche la profondità della nostra comunicazione interpersonale”, si legge nella nota del Dicastero per la comunicazione. L’esortazione è a “una conversione dello sguardo, a guardare di nuovo, con attenzione e con amore”: solo così “riusciremo a vedere il mondo, gli altri e anche noi stessi come ci vede Cristo: chiamati per nome e amati”.
La cultura digitale ha abituato “a una routine di reazioni immediate, a una superficialità delle relazioni, a una facilità nell’etichettare e rifiutare gli altri” si legge ancora. “Clickbait” e “attenzione”; il primo termine indica l’esca con cui si attira la preda, e il click è il boccone che la trattiene.
È la logica della cattura, non della relazione: si reagisce anziché comprendere, si etichetta anziché incontrare, e l’altro si riduce a un profilo. L’attenzione è invece “una preziosa forma di generosità… protendersi verso l’altro e verso il vero”.
La cura di ciò che si lascia entrare nella propria vita interiore è una forma elementare di rispetto per sé e per gli altri; vuol dire scegliere che cosa guardare e per quanto tempo, riconoscere i meccanismi che sollecitano senza assecondarli, concedersi lentezza, silenzio, sosta, custodire spazi non ottimizzati.
È un habitus da acquisire con l’esercizio e consolidare con la fedeltà. “Vale per chi comunica per professione e per chiunque affidi a un post, a un messaggio, a un’immagine, un frammento di sé – ammonisce il direttore nazionale delle Comunicazioni Sociali della Cei –. Ogni parola implica una scelta sull’attenzione altrui: la sfrutto o la servo? Per la comunicazione cristiana la risposta non può che essere evangelica: non la sorpresa fabbricata, ma la verità offerta; non l’esca, ma il pane condiviso. Ciò non chiede di rinunciare alla creatività o alla forza dei contenuti, nella diversità delle loro forme. Chiede, piuttosto, di non dimenticare mai che dall’altra parte c’è un volto, una storia”.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Heart of the beast (di Graziella Cortese)

Forse non eravamo più abituati a vedere Brad Pitt in un ruolo così avventuroso, in luoghi così impervi e selvaggi (dai tempi di “Sette anni in Tibet”). La pellicola, benché racconti del Canada e dei suoi boschi, è stata girata in Nuova Zelanda all’interno di una natura selvaggia e spettacolare. E il bravissimo interprete non umano, il cane Odino, è stato affiancato e sostituito a volte da vere e proprie controfigure: i suoi figlioli Ryker, Hondo e Seeka.
James Belmont è stato sergente delle Forze speciali dell’esercito statunitense e ora vive isolato in Alaska insieme a Odino, un pastore tedesco che è stato addestrato come “cane da guerra”. Insieme hanno combattuto in Iraq e Afghanistan, entrambi soffrono di quello che si può definire disturbo da stress post-traumatico: i loro sogni sono tormentati da visioni di momenti in guerra, il fuoco e l’artiglieria, lo scoppio delle bombe, la sofferenza e la paura…
Ora la vita è più tranquilla, le giornate trascorrono in modo più semplice; finché un giorno, durante un viaggio di ricognizione sul piccolo idrovolante, James e Odino sono colti da una tempesta improvvisa. Sembra tutto terminato, l’uomo si piega sulla cloche dei comandi, forse ferito: scopriremo in seguito che ha avuto un infarto. Tutto precipita, il grande fiume accoglie i superstiti. Da questo momento si tratta di lottare per la sopravvivenza, poiché la civiltà è lontana e bisogna selezionare le provviste. James si ritrova ferito, ma dentro di lui prevale lo spirito del combattente. Odino è un cane speciale e spesso aiuta il suo amico-padrone umano, in un legame che appare a tratti imperituro e commovente.
La pellicola si rivela un omaggio agli amici a quattro zampe e alla loro fedeltà e bravura. Roberto Gervaso diceva: “Recita come un cane…, ma tutti cani che ho visto recitare erano bravissimi”.
Heart of the beast
di David Ayer
paese: Usa 2026
genere: avventura, azione
interpreti: Brad Pitt, J. K. Simmons, Anna Lambe, il cane Uber
durata: 1 ora e 41 minuti
giudizio: bello

Non siamo “bamboccioni”: restare a casa non è una scelta comoda, diventare adulti è assai difficile (di Lorenzo Iorfino)

Foto generata con IA
Quando si parla di giovani e genitori c’è un’immagine che si ripete: quella del “bambinone” che non vuole crescere. La realtà, però, potrebbe essere un’altra. Restiamo a casa non perché non vogliamo andarcene, ma perché andarsene è diventato un’operazione quasi da eroi. In Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea, la fotografia di un sistema che rende l’autonomia un privilegio, un miraggio.
L’autosufficienza economica dovrebbe essere il primo passo verso l’età adulta. Invece, per molti di noi è un orizzonte che si sposta continuamente. Lavoriamo, studiamo, facciamo tirocini, accumuliamo competenze, eppure, a fine mese, i conti spesso non tornano senza un aiuto da casa. Forse vivere con i genitori non è un “fallimento”, è una strategia di sopravvivenza.
Il paradosso è che, mentre economicamente restiamo legati, affettivamente ci sentiamo spesso distanti. La maggior parte di noi dice di essere soddisfatta del rapporto con i genitori, ma una fetta consistente racconta conflitti seri, incomprensioni, la sensazione di essere amati ma non davvero capiti. I nostri genitori ci vogliono bene, questo è certo. Ma faticano a capire le pressioni specifiche della nostra generazione: la precarietà come norma, il costo della vita che cresce più veloce delle opportunità, un futuro che sembra sempre più incerto. Loro ci chiedono sicurezza, noi viviamo nell’incertezza strutturale.
“Stacca il cordone ombelicale”, ci ripetono. Come se fosse una questione di volontà. La verità è che il cordone non si taglia con un gesto eroico, si allenta quando le condizioni lo permettono. E oggi quelle condizioni mancano. Vivere con i genitori condiziona (a loro e a noi) la vita affettiva, sociale, persino la possibilità di costruire relazioni stabili. Molti di noi faticano a sentirsi davvero “adulti” nella propria quotidianità, la conseguenza di uno spazio che non è più solo nostro, o non lo è mai stato.
E allora, se un giorno saremo genitori, cosa vorremo fare diversamente? Forse, prima di tutto, non misureremo la crescita dei nostri figli sulla loro capacità di “staccarsi” in tempi prestabiliti, ma sulla qualità del legame che riusciamo a costruire. Vorremo genitori che non confondano la protezione con il controllo, che sappiano ascoltare senza giudicare, che riconoscano che il mondo è cambiato e che le tappe della vita non sono più quelle di una volta. Forse la vera eredità che potremo lasciare non sarà una casa di proprietà o un lavoro stabile, perché non lo avremo, ma la certezza di essere stati capiti, accompagnati, rispettati nella nostra unicità.

Cambio ai vertici di Confindustria Canavese:

Giornata impegnativa per Confindustria Canavese, che nel primo pomeriggio di mercoledì 7 ottobre, durante l’Assemblea privata dei soci, ha nominato il nuovo presidente nella persona di Augusto Geminiani, unico candidato a succedere a Paolo Conta, e poi verso le 17,30 ha tenuto l’Assemblea Generale dell’Associazione degli imprenditori canavesani; il tutto all’Officina H di Ivrea.
Le parole del neo presidente
Augusto Geminiani, classe 1973, ingegnere, è oggi Direttore Generale di Sinterloy di Castellamonte ed è nipote di quell’Augusto che nel 1935 fu tra i primi in Italia a occuparsi di sinterizzazione del metallo duro. Le prime parole del nuovo Presidente di Confindustria Canavese sono state di ringraziamento per la fiducia accordatagli che “rappresenta per me un incoraggiamento prezioso” e di riconoscimento del territorio come una comunità imprenditoriale straordinaria che investe in energie, idee, risorse. Geminiani sottolinea la grande storia industriale del Canavese, le competenze diffuse, la capacità di innovazione e la “concretezza che da sempre contraddistingue il nostro modo di fare impresa”.
Il suo programma di presidenza passa per le relazioni, il confronto e la collaborazione perché, dice, “la forza di Confindustria Canavese risiede nella sua comunità e nella capacità di fare squadra”. Per perseguire gli obiettivi del programma promette “un confronto diretto con le realtà imprenditoriali del territorio, dalle più grandi alle più piccole: ascoltarne esigenze, progetti e difficoltà è fondamentale, perché credo che un’Associa-zione possa essere realmente efficace solo se conosce da vicino le imprese che rappresenta. È da questo confronto che possiamo individuare le priorità e costruire risposte utili”. Non poteva mancare, nelle parole del neo presidente, l’accenno ai “cambiamenti profondi e spesso molto rapidi: l’evoluzione tecnologica, il costo dell’energia, un quadro internazionale sempre più complesso, le nuove regole e la difficoltà nel reperire competenze qualificate. Tutti fattori che condizionano le scelte delle imprese e ne mettono alla prova la capacità di competere”.
A fronte di un tale scenario, Geminiani offre una prima ricetta, basata su un approccio concreto e pragmatico: “Gli obiettivi ambientali e sociali sono importanti, ma devono tradursi in percorsi sostenibili anche dal punto di vista industriale ed economico, che tengano conto della realtà delle imprese e dei tempi necessari per realizzarli”. E poi i giovani e la formazione, la competitività, le aspettative e le aspirazioni, il personale qualificato, la capacità di ascolto e di attrazione delle imprese. Tanti spunti per un percorso da presidente che durerà per i prossimi 4 anni.
Il nuovo Consiglio direttivo
L’Assemblea privata ha inoltre provveduto al rinnovo del Consiglio Direttivo dell’Associazione. Ad affiancare il Presidente Augusto Geminiani nel quadriennio 2026-2030 saranno Ettore Brunero (Bimotor SpA), Alberto Getto (ICAS SpA), Alberta Pasquero (Bioindustry Park Silvano Fumero SpA Società Benefit), Patrizia Paglia (Iltar-Italbox SpA) e Alberto Zambolin (Message SpA).
Il bilancio di Conta
Quattro anni che ieri si sono compiuti per Paolo Conta in “un percorso intenso nel quale tutta la struttura associativa ha lavorato per rafforzare il ruolo dell’Associazione come punto di riferimento per le imprese e come protagonista dello sviluppo del territorio”. Il filo conduttore della presidenza di Paolo Conta è stato quello dei cambiamenti che stanno trasformando economia, tecnologia e società. Da qui è nato il progetto “Scenari”, per comprendere le trasformazioni in atto e costruire una visione condivisa del futuro del Canavese. Un percorso poi sviluppato attraverso “CambiaMenti”, che ha guidato iniziative dedicate all’innovazione e alla digitalizzazione, al rapporto con scuola e formazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale del territorio. Particolare rilievo ha assunto il riposizionamento strategico del Canavese, partendo dalla sua storia industriale e dalla tradizione olivettiana, con il progetto “Umanesimo Tecnologico”.
L’obiettivo che Conta si è impegnato a perseguire è stato affermare una visione nella quale la tecnologia non sia un fine, ma uno strumento al servizio delle persone, dell’innovazione sostenibile e della qualità della vita. Da questa impostazione è nata anche l’attenzione alla robotica sociale, con applicazioni in ambiti quali sicurezza sul lavoro, silver economy, sport e benessere. “Lascio l’incarico con gratitudine e orgoglio – ha salutato l’ormai ex presidente di Confin-dustria Canavese –, convinto che il futuro del Canavese non dipenderà soltanto dalle tecnologie e dagli investimenti, ma dalla capacità di mettere al centro persone, competenze, cultura del lavoro e senso di comunità”.
L’assemblea generale
Dopo le 17, l’Assemblea Generale a Officina H di Ivrea (apertasi con l’Inno nazionale e quello europeo suonati dalla Banda musicale di Ivrea) che ha avuto come titolo “Il sorpasso: scuola guida nell’era dell’AI” e dove imprese, università ed esperti hanno discusso le trasformazioni che la nuova tecnologia sta portando nella nostra vita privata, nel mondo del lavoro e della formazione.
Quale rapporto si sta delineando tra l’essere umano e l’intelligenza artificiale? Come cambieranno la formazione, il lavoro, la leadership e i processi decisionali nelle imprese? Sono state le domande a cui hanno dato delle risposte gli invitati e i partecipanti, autorevoli rappresentanti della ricerca e dell’impresa, della finanza e del mondo accademico, per riflettere sulle profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale e sulle competenze necessarie per governare il cambiamento. L’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una rivoluzione tecnologica, ma una trasformazione culturale che coinvolge sistemi educativi, organizzazioni e comunità, è stato più volte ribadito.
Con questa Assemblea Confindustria Canavese ha voluto offrire un’occasione di confronto autorevole e concreto per comprendere come affrontare il cambiamento e coglierne le opportunità. L’evento è stato aperto dai saluti istituzionali di Maurizio Marrone, vicepresidente della Regione Piemonte, del vicesindaco della Città Metropolitana di Torino, Jacopo Suppo, del Sindaco di Ivrea Matteo Chiantore e del Presidente della Camera di commercio di Torino Massimiliano Cipolletta.
Al microfono poi l’ormai ex presidente Paolo Conta che simbolicamente ha passato il testimone al suo successore Augusto Geminiani per i saluti istituzionali.
Dibattiti e discussioni
L’Assemblea è entrata nel vivo della tematica con una prima sessione di lavori, intitolata “Intelligenza Artificiale e Formazione. Il nuovo modello educativo”, che ha visto intervenire Elena Maria Baralis, Prorettrice del Politecnico di Torino, Raffaele Oriani, Dean della LUISS Business School, e Marco Pironti, Vicerettore per l’Innova-zione e la valorizzazione delle conoscenze dell’Università di Torino. Il confronto ha approfondito l’impatto sempre più significativo dell’intelligenza artificiale sui sistemi educativi e le trasformazioni che sta introducendo nei processi di apprendimento, con particolare attenzione alle competenze richieste dal mercato del lavoro, dove la collaborazione tra persone e tecnologie intelligenti sarà sempre più centrale.
Il dibattito è proseguito con “La sindrome di Messi”, un dialogo tra il giornalista Angelo Boccato e Cesare Pozzi, professore ordinario di Economia Industriale ed Economia Politica alla LUISS Guido Carli. Al centro della conversazione, le potenzialità di un modello di sviluppo economico fondato soprattutto sulle qualità maturate nella storia economica e sociale italiana, piuttosto che sull’imitazione di modelli statunitensi o cinesi.
A seguire, “Imprenditore e AI: copilota o sostituto?” che ha affrontato il rapporto tra tecnologia e leadership aziendale. Giovanni Giamminola, esperto di AI Transformation & Governance for CEOs and Boards e Affiliated Fellow UCL CSB, ha sottolineato come considerare l’intelligenza artificiale esclusivamente come uno strumento di efficientamento aziendale rappresenti una visione limitante delle sue potenzialità.
Le sfide del futuro
Le conclusioni sono state affidate ad Alessandro Balboni, Responsabile Innovation Business Development di Intesa Sanpaolo Innovation Center, che ha portato il punto di vista di una realtà impegnata ad accompagnare imprese ed ecosistemi nell’adozione dell’innovazione, mettendo in relazione nuove tecnologie, competenze e bisogni del sistema produttivo.
“Il confronto di oggi – ha sottolineato Balboni – ha evidenziato come, per cogliere pienamente le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e, in particolare, dall’Intelligenza Artificiale, sia fondamentale accompagnarne l’adozione con un investimento altrettanto importante sulle persone, sulle competenze e sul change management. La sfida sarà formare persone che sappiano usare queste tecnologie per potenziare ulteriormente le competenze distintive che il mondo ci riconosce: il codice è e sarà sempre più una commodity, ma il patrimonio di dati, conoscenze ed esperienza accumulato dalle aziende rappresenta un valore strategico da preservare e valorizzare”.

Caricamento