Tenuta Roletto
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giovedì 10 Settembre 2026

Reale mutua
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PER IL MAGISTRATO COME PER SCIASCIA SAREBBE STATO IL PRINCIPE SANT’ELIA. NON COSI PER PAOLO PEZZINO

Guido Giacosa: giudice canavesano a Palermo

Dovette cedere alle pressioni politiche sul mandante, secondo lui, dei “pugnalatori”

(di Severino Morgando)

Con Regio Decreto del 25 maggio 1862 Guido Giacosa, padre dello scrittore, drammaturgo e...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

The dog stars

L’estate è quasi terminata e siamo pronti per la fine del mondo… Ma niente paura: è il...

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SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Odissea

“Narrami, o musa, dell’eroe scaltro, di lui che tanto vagò, dopo aver abbattuto la sacra...

EDITORIALE – Quel che resta

Tre settimane nelle quali il giornale non è entrato nelle vostre case; ma il territorio non si è fermato. Anzi. L’estate, nei nostri paesi e comunità, è stata ricca di appuntamenti, incontri, feste, viaggi, pellegrinaggi, esperienze da raccontare. E così ci troviamo davanti a una quantità importante di fatti: un viaggio missionario in Brasile, un pellegrinaggio a Lourdes e uno da farsi a Oropa, i saluti a un parroco che lascia una comunità per iniziare il suo servizio altrove, le feste estive laiche e religiose nei nostri paesi alpestri. Ma è sufficiente raccontare ciò che è successo?
La domanda non è secondaria. La cronaca ha certamente un valore: restituisce al lettore ciò che si è perso, ricostruisce una successione di fatti, permette di conoscere. Ma se ci fermassimo al semplice resoconto rischieremmo di trasformare il giornale in un dimenticatoio. Nostro compito è altro: far capire che cosa quei fatti hanno significato per le persone che li hanno vissuti, per farli diventare anche nostri.
Un pellegrinaggio a Lourdes non è solo la cronaca di un viaggio; è ciò che ha lasciato nelle persone, le domande che ha suscitato, la fede che ha rinvigorito, gli incontri che ha reso possibili. Una missione in Brasile non è solo il racconto di un gruppo di persone partito e poi tornato: è un’esperienza che può aver cambiato tante cose. Il saluto a un parroco non è solo una cerimonia con qualche fotografia e parole di circostanza: è il racconto di una relazione, di una comunità che cambia.
E persino una festa in un piccolo paese di montagna può essere molto più di un appuntamento estivo da registrare sul giornale: può raccontare una comunità che resiste, persone che tornano, tradizioni che si rinnovano, relazioni che si ricostruiscono. La nostra strada non è quella di limitarci a raccontare i fatti, ma raccontare come quei fatti sono stati vissuti.
La strada del lettore è invece quella di voler fare esperienza di un patrimonio di comunità che non si esaurisce nel momento in cui la si legge. Non rinunciamo alla cronaca, ma il valore di un fatto non sta solo nel fatto stesso, ma nel perché ciò che è successo conta, e ha senso. Per tutti.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Fine vita e voto tedesco dividono il destra-centro. E nel “campo largo” non va tanto meglio

Dal tripartito Fratelli d’Italia-Forza Italia-Lega al monocolore Meloni: la svolta è avvenuta a Bari, per “la festa” del Governo più longevo (quattro anni), tutta incentrata sulla Presidente del Consiglio. La “donna sola al comando” pensa di competere meglio con le opposizioni di sinistra (campo largo) e di destra (gen. Vannacci) o forse, temendo il “pareggio” alle politiche, punta ad essere comunque il primo partito della prossima legislatura.
Anche il governo risente di questa scelta: dal vincolo di solidarietà siamo passati al “liberi tutti”; emblematici i ritardi nella politica energetica, con i prezzi alle stelle per lo scontro Salvini-Tajani; clamorosa la svolta sul fine-vita.
Nella Regione Veneto, su iniziativa del leghista Zaia, è passata la legge sull’eutanasia proposta dall’associazione radicale Coscioni, con il sì del Carroccio e di Forza Italia ed il “no” di Fratelli d’Italia; il Governo, diversamente da quanto avvenuto in Sardegna e in Toscana, non farà ricorso alla Corte costituzionale; un cambio di rotta di 360 gradi, su un tema delicatissimo che tocca valori essenziali, dal diritto alla vita ai limiti del potere legislativo in materia sanitaria, anche in rapporto con i compiti specifici dei medici.
La legge Zaia-Coscioni ha avuto l’appoggio compatto e determinante del centro-sinistra, secondo la linea etica radical-libertaria della segretaria del Pd, Schlein, come “un dogma” di partito; per la verità sulle delicate leggi sul divorzio e sull’aborto si erano verificati “voti di coscienza”; va inoltre rilevato che il dibattito, tutto politico, non ha adeguatamente affrontato l’alternativa delle cure palliative, rilanciata anche di recente dal presidente della Pontificia Accademia per la vita, mons. Pegoraro.
Uniti sul “fine-vita” i partiti del centro-sinistra continuano a dilaniarsi sulle “primarie”. Il Presidente del Pd Bonaccini ha invocato la leadership per il partito “più forte”, Conte ha risposto che senza “primarie” salta tutto.
I Pentastellati hanno dei sondaggi che danno l’ex premier davanti alla Schlein e alla sindaca di Genova, Silvia Salis, riformista. Per questo non intendono “cedere”.
L’ex premier è in piena campagna elettorale, alla ricerca di un voto trasversale ai gazebo; anche sulla preoccupante ascesa dell’ultradestra filonazista in Germania si è differenziato nel “campo largo”, attribuendone la responsabilità politica al Governo europeo di Bruxelles.
Ma sul voto tedesco il vero scandalo nasce dallo scontro Tajani-Salvini che, utilizzando il “liberi tutti” della Meloni, hanno sostenuto tesi opposte: costernato il forzista per l’avanzata “nera”, soddisfatto il leghista. Ma un vice-presidente del Consiglio può esultare per un partito schierato con Putin, invasore dell’Ucraina, impegnato nella “remigrazione” di milioni di immigrati, orientato a nuove discriminazioni delle persone disabili…?
La Meloni, per ora silenziosa, ha proposto con Fratelli d’Italia il voto anticipato in primavera, insieme alle amministrative: significa che la premier teme il logoramento del Governo e la corsa all’ultradestra di Salvini e Vannacci.
Molta la carne al fuoco, compresa la legge elettorale che, entro la prossima settimana, attende il varo. Sembra tramontata l’ipotesi del ballottaggio per il rischio di paralisi nei voti per Camera e Senato. Secondo alcuni media Fratelli d’Italia avrebbe pronto un emendamento dell’ultima ora per abbassare al 40 o al 41 per cento la soglia per conquistare il premio di maggioranza. Un adeguamento ai sondaggi che registrano un calo del destra-centro. Ma la parola finale sulla legge elettorale spetta alla Corte costituzionale e al Quirinale, che difficilmente ratificheranno il passaggio dei pieni poteri ad una minoranza.
Restano quindi aperti due fronti caldi nei Poli: europeismo o sovranismo a destra, partito o gazebo a sinistra, mentre i problemi, dalla crisi dell’Ilva all’inflazione al 3%, sono più che mai dimenticati.

EDITORIALE – Attraversare

Foto tratta da supertennis.tv
Gli US Open di tennis ci hanno consegnato un’immagine che va oltre il risultato sportivo. È quella di Frances Tiafoe, tennista americano di origini sierraleonesi, al termine della sua incredibile rimonta contro l’altro americano Alex Michelsen. Tiafoe aveva appena vinto una partita che sembrava perduta, di fronte a lui c’era Michelsen, distrutto, in lacrime; era stato a un solo game dalla semifinale, ma non era riuscito a trasformare in vittoria quella magnifica occasione. Nel momento del successo, Tiafoe ha smesso di esultare, lo ha abbracciato, è rimasto accanto a lui, lo ha consolato per lunghi minuti.
Sarebbe importante imparare questa lezione anche nella nostra vita quotidiana, nelle nostre comunità civili ed ecclesiali. Viviamo dentro un linguaggio sempre più aggressivo, nel quale il confronto diventa facilmente scontro e il dissenso si trasforma in attacco. Non ci si limita a contestare una scelta: si attacca chi l’ha compiuta. Non si critica un’idea: si mette in discussione la persona. Si può non condividere una decisione, la si può discutere e chiedere spiegazioni per comprenderla, ma poi la retorica del “mi piace” o non “mi piace” cessa; subentra l’obbedienza. Il dissenso non può diventare aggressione personale, perché allora a essere messo in crisi non è soltanto il rapporto con chi viene contestato, ma il tessuto stesso della comunità. A meno che, proprio questo, non sia l’obiettivo.
Abbiamo bisogno di meno parole lanciate come colpi e di più parole capaci di costruire; di parole che inducano al bene e aiutino ad allontanare il male; di meno giudizi e di più collaborazione sincera. Abbiamo bisogno di tornare a una misura più umana del confronto: parole chiare, ma non cattive; attraversare il dissenso senza perdere il rispetto per le persone. Senza smettere di voler bene, e non essere debitori verso l’altro se non dell’amore vicendevole.

Edizione 10 Settembre 2026

ANNO CVI – N° 33
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