Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

sabato 5 Settembre 2026

Reale mutua
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NATA A TREVIGLIO, A 4 ANNI APPRODO’ AD IVREA CHE AMO’ MOLTO E DOVE SONO ESPOSTE ALCUNE SUE OPERE

Ricordando Avia, “nota artista eporediese”

Una lunga e intensa vita, dedicata alla missione di “dispensare bellezza” (di Doriano Felletti)

Foto: Liliana Avizzano Cicala, in arte Avia “Liliana Avizzano può dirsi una autentica eporediese...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

SUA LA FLORA PEDEMONTANA DEL 1785 ANCORA OGGI APPREZZATA OPERA SCIENTIFICA

Carlo Ludovico Allioni, rivoluzionario della botanica

Ribattezzato il “Linneo del Piemonte” scrisse anche della pellagra che dilagava in Canavese

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Carlo Ludovico Allioni, dipinto di Vincenzo Antonio Revelli (Torino, 1764 – 1835)...

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Odissea

“Narrami, o musa, dell’eroe scaltro, di lui che tanto vagò, dopo aver abbattuto la sacra...

Il futuro Re Umberto II ad Ivrea per l’inaugurazione dell’opera realizzata da Pietro Canonica per ricordare i morti della Grande Guerra

100 anni fa il monumento ai caduti

L’orazione di Salvator Gotta piegò la storia della città al culto neoimperiale del regime

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande...

EDITORIALE – Quel che resta

Tre settimane nelle quali il giornale non è entrato nelle vostre case; ma il territorio non si è fermato. Anzi. L’estate, nei nostri paesi e comunità, è stata ricca di appuntamenti, incontri, feste, viaggi, pellegrinaggi, esperienze da raccontare. E così ci troviamo davanti a una quantità importante di fatti: un viaggio missionario in Brasile, un pellegrinaggio a Lourdes e uno da farsi a Oropa, i saluti a un parroco che lascia una comunità per iniziare il suo servizio altrove, le feste estive laiche e religiose nei nostri paesi alpestri. Ma è sufficiente raccontare ciò che è successo?
La domanda non è secondaria. La cronaca ha certamente un valore: restituisce al lettore ciò che si è perso, ricostruisce una successione di fatti, permette di conoscere. Ma se ci fermassimo al semplice resoconto rischieremmo di trasformare il giornale in un dimenticatoio. Nostro compito è altro: far capire che cosa quei fatti hanno significato per le persone che li hanno vissuti, per farli diventare anche nostri.
Un pellegrinaggio a Lourdes non è solo la cronaca di un viaggio; è ciò che ha lasciato nelle persone, le domande che ha suscitato, la fede che ha rinvigorito, gli incontri che ha reso possibili. Una missione in Brasile non è solo il racconto di un gruppo di persone partito e poi tornato: è un’esperienza che può aver cambiato tante cose. Il saluto a un parroco non è solo una cerimonia con qualche fotografia e parole di circostanza: è il racconto di una relazione, di una comunità che cambia.
E persino una festa in un piccolo paese di montagna può essere molto più di un appuntamento estivo da registrare sul giornale: può raccontare una comunità che resiste, persone che tornano, tradizioni che si rinnovano, relazioni che si ricostruiscono. La nostra strada non è quella di limitarci a raccontare i fatti, ma raccontare come quei fatti sono stati vissuti.
La strada del lettore è invece quella di voler fare esperienza di un patrimonio di comunità che non si esaurisce nel momento in cui la si legge. Non rinunciamo alla cronaca, ma il valore di un fatto non sta solo nel fatto stesso, ma nel perché ciò che è successo conta, e ha senso. Per tutti.

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Guido Giacosa: giudice canavesano a Palermo (di Severino Morgando)

Con Regio Decreto del 25 maggio 1862 Guido Giacosa, padre dello scrittore, drammaturgo e librettista canavesano Giuseppe, venne nominato Sostituto Procuratore Generale del re preso la Corte d’Appello di Palermo. Guido era nato nel 1825 a Colleretto Parella (l’attuale Colleretto Giacosa). Dopo la laurea in legge esercitò, in qualità di avvocato patrocinatore ad Ivrea, fino all’ottobre del 1860. A partire da tale data venne nominato sostituto avvocato dei poveri (quello che oggi chiameremmo avvocato d’ufficio) a Modena, ruolo che mantenne, come detto, fino al maggio del 1862.
L’incarico a Palermo, molto prestigioso, è certamente da mettere in relazione con la sua profonda amicizia con l’ex segretario generale del Ministero di Grazia e Giustizia, conte Michele Cagnis di Castellamonte, ma evidenzia anche la profonda stima che gli ambienti di Governo del neonato Regno d’Italia avevano nei suoi confronti, ritenendolo un magistrato certamente giovane, ma sufficientemente esperto e, soprattutto, filogovernativo convinto, e quindi in linea con il progetto che riteneva “..vitale inviare nell’isola magistrati settentrionali, fidati ed energici…” (Paolo Pezzino, La congiura dei pugnalatori, Marsilio, Venezia, 1992). E, d’altro canto, per i palermitani “…questo nome, Giacosa, (…) era soltanto quello di un altro piemontese che veniva a comandare in Sicilia, e con uno stipendio di cinquemila lire all’anno…” (Leonardo Sciascia, I Pugnalatori, Einaudi, Torino, 1976).
In una lunga lettera inviata alla moglie, Paolina Realis, rimasta a Colleretto, Guido Giacosa non fa nulla per nascondere la sua profonda insofferenza nei confronti degli ambienti siciliani “… questo povero paese in cui i reati che si commettono sono orribili e da lungo tempo non si sa che cosa sia giustizia.” (Leonardo Sciascia op. cit.). Uniche consolazioni il pieno appoggio ricevuto dal Presidente del Tribunale, marchese Giovanni Maurigi, siciliano, ma … “è stato molto in Piemonte, è innamorato del nostro paese, non è garibaldino, ma lafariniano, (….) conosce e mi fa conoscere le male arti degli avvocati di qui…” (Paolo Pezzino op. cit.) e la profonda stima che nei suoi confronti nutriva il regio commissario Di Monale che di lui diceva: “…dimostra un’energia ed un coraggio a tutta prova (…) e fa ogni sforzo onde ottenere che la legge abbia il suo impero…” (Paolo Pezzino op. cit.).
Dopo una breve vacanza in Piemonte, il 16 settembre, a bordo del vapore Elba, il giudice Giacosa rientrò in Sicilia, appena in tempo per affrontare il caso che avrebbe cambiato per sempre la sua vita professionale, e non solo. Nella notte tra l’1 e il 2 ottobre, in vari punti della città di Palermo, 13 persone vennero accoltellate. Uno dei pugnalatori, un certo Angelo D’Angelo, già noto alla giustizia, venne arrestato in flagranza e successivamente confessò di essere stato assoldato, assieme ad altre otto persone, da tre “reclutatori” che agivano per conto del principe di Sant’Elia, Romualdo Trigona, senatore del Regno, uomo molto stimato a Palermo.
Al termine delle indagini, l’8 gennaio 1863, iniziò il processo nel quale Guido Giacosa sostenne l’accusa, che si basava unicamente sulla confessione di D’Angelo alla quale gli inquirenti decisero di prestare fede tranne che nella parte relativa al mandante. Lo stesso Giacosa nella sua requisitoria, riferendosi al principe di Sant’Elia, disse che si trattava “… di un nome che suona onoratezza e patriottismo a tutta prova (…) che non si pronunzia senza essere accompagnato dal plauso degli onesti…” (Paolo Pezzino op. cit.).
La sentenza venne pronunciata la settimana successiva e accolse per intero le richieste di Giacosa: i tre reclutatori vennero condannati a morte, gli accoltellatori ai lavori forzati a vita e il D’Angelo, vista la sua collaborazione, a venti anni di lavori forzati. Nulla emerse dal processo sui mandanti. In quegli stessi giorni, però, si registrarono altri casi di accoltellamento per le vie di Palermo: in particolare il 13 gennaio, venne colpito un certo Domenico Di Marzo, un venditore di pane, e questo fatto venne collegato ai “pugnalatori”.
A questo punto Giacosa, coadiuvato da un altro magistrato piemontese, Giovan Battista Mari, riprese le indagini. decidendo di utilizzare un agente provocatore da inserire in carcere al fine di ottenere rivelazioni da parte dei tre condannati a morte. L’infiltrato, Orazio Matracia, riferì di avere avuto rivelazioni che portavano al principe di Sant’Elia che sarebbe stato a capo di una congiura che coinvolgeva numerosi filoborbonici e anche alcuni sacerdoti. A seguito di queste rivelazioni Giacosa ordinò numerosi arresti e perquisizioni; quella in casa del principe di Sant’Elia provocò molto rumore a Torino visto che, in quanto senatore del Regno, egli godeva della immunità.
Nel frattempo il questore di Palermo Bolis coinvolse nella congiura anche personalità di area garibaldina ipotizzando, quindi, un movimento che coinvolgeva quasi tutti gli avversari politici del governo del regno. Il 15 marzo 1863 Giacosa inviò a Torino al Ministro della giustizia una relazione dettagliata sul suo operato che, però, a Torino non arrivò mai e che lo costrinse ad inviarne una seconda. Nel frattempo, a totale delegittimazione del lavoro dei giudici, il re incaricò il principe di Sant’Elia a rappresentarlo a Palermo nelle funzioni religiose della Settimana Santa. Il 29 maggio Giacosa preparò una requisitoria nella quale chiese l’assoluzione del principe di Sant’Elia.
Il processo si concluse con un nulla di fatto in quanto tutti gli imputati vennero assolti. Nell’aprile del 1863 Guido Giacosa, fermamente convinto della colpevolezza del principe e profondamente deluso dal comportamento del Governo, chiese un trasferimento di sede ed un periodo di congedo. In seguito si dimise dalla magistratura per tornare ad esercitare la professione di avvocato in Piemonte.
Lasciò Palermo il 29 maggio 1863. Nel 1976 Leonardo Sciascia pubblica il già citato “I Pugnalatori” basandosi prevalentemente sulle carte in possesso di Nina Ruffini, bisnipote di Guido Giacosa. Nell’opera lo scrittore sposa pienamente l’ipotesi di Giacosa ipotizzando che l’episodio dei pugnalatori fosse stato messo in piedi da un gruppo di filoborbonici che aveva assoldato criminali comuni affiliati alla mafia al fine di screditare il governo centrale. Basandosi su una documentazione molto più vasta, e non a disposizione di Sciascia, il Prof. Paolo Pezzino, docente all’Università di Pisa, nel 1992 pubblica il suo volume “La congiura dei pugnalatori”.
Le conclusioni cui l’autore giunge sono sicuramente meno lusinghiere per il giudice Giacosa: secondo l’autore il complotto fu messo in atto direttamente dagli ambienti della questura palermitana, in particolare dal questore Bolis, per eliminare in un sol colpo tutti i movimenti di opposizione al governo, in particolare borbonici e garibaldini. L’autore, pur criticando il giudice per aver costruito un processo su indizi del tutto labili, riconosce a Giacosa la buona fede, l’aver avuto almeno il dubbio che tutto fosse stato frutto di una macchinazione.
Nel rapporto del 31 marzo 1863, riportato dal Prof. Pezzino, Giacosa infatti scrive … “e se fosse stata opera dell’amministrazione medesima per farsi un merito presso il Governo? …”, ma subito dopo, a voler rifiutare un’ipotesi per lui, uomo onesto e corretto, del tutto inaccettabile prosegue “…come potevasi supporre che pubblici funzionari altolocati (…) avessero potuto costruire un edificio così complesso di calunnie all’unico scopo di farsi merito presso il Governo? …”. Ovviamente, come in tanti altri casi nella storia d’Italia, la verità non fu mai appurata e trasferimenti e promozioni dei funzionari coinvolti chiusero definitivamente la vicenda.
Leonardo Sciascia e la copertina del libro I pugnalatori (Einaudi, Torino, 1976). Foto generata con IA.

Il Signore cammina sempre in mezzo a noi – Commento al Vangelo di domenica 6 settembre

Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a uno specchio scomodo.
Gesù insegna il cammino della correzione fraterna, un cammino graduale e paziente: prima da soli, a tu per tu, senza clamore; poi, se occorre, con due o tre testimoni; infine, solo come ultimo passo, davanti alla comunità.
Non c’è vendetta in questo percorso, ma un amore che non si arrende. Eppure, ascoltando queste parole, pensiamo quasi sempre a chi dovrebbe correggere qualcun altro, dimenticando che la colpa di cui parla il Vangelo potrebbe essere proprio la nostra.
Davanti a Dio siamo tutti mendicanti di misericordia, bisognosi anche di correzione. Chi di noi, quando riceve un’osservazione, non sente subito ribollire l’orgoglio? Ci indigniamo, ci difendiamo, magari allontaniamo chi ha osato disturbarci con la verità, dimenticando che chi rifiuta la correzione, come dice la Scrittura, si smarrisce.
Eppure l’imitazione di Cristo insegna che lasciarsi umiliare per i propri difetti è via sicura per custodire l’umiltà del cuore. Chi riconosce con semplicità il proprio errore, dicendo “hai ragione, grazie”, non si sminuisce: cresce, e fa crescere anche la stima che gli altri hanno di lui. Ci siamo mai chiesti perché la correzione ci ferisce tanto? Forse perché la superbia ha annebbiato in noi la vista dello spirito, e non riusciamo più a distinguere il bene dal male neppure in noi stessi.
Il Vangelo si chiude con una promessa meravigliosa: dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Cristo stesso è in mezzo a loro. Ecco allora la domanda da portare nel cuore: sappiamo essere una comunità capace non solo di correggere, ma anche di accogliere chi ci corregge, riconoscendo in quella voce scomoda un dono del Signore che cammina in mezzo a noi?
Mt 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello;
se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Coltivare sé stessi: settembre è il tempo giusto per ripartire, senza paura e senza fretta (di Cristina Terribili)

Immagine generata con IA
Settembre è un mese bellissimo per ricominciare. Ritemprati da un periodo di riposo, è più facile dare inizio a un nuovo percorso o modificare ciò che, nei mesi passati, abbiamo fatto fatica a portare avanti.
Ci sono momenti in cui fare un bilancio aiuta a riprendere il proprio posto nella vita. La fine dell’estate, anche simbolicamente, può essere il tempo in cui si torna ad arare il proprio terreno per prepararlo a nuovi raccolti: un’occasione per capire che cosa continuare a coltivare e che cosa, invece, è meglio lasciare andare perché non ha dato i frutti sperati.
Accendere un faro interiore sulle emozioni, sulle tensioni e sui desideri che sperimentiamo è un passo importante per riconnetterci con noi stessi. Significa anche prendere in considerazione alternative possibili, persino quando alcuni aspetti della nostra vita sembrano immutabili o destinati a ripetersi.
Ma come cambiare? Come essere responsabili senza smettere di rispettare i propri tempi e i propri spazi? Può essere utile un semplice esercizio grafico: disegnare tre cerchi concentrici e collocare se stessi in quello più interno. Nel secondo possiamo inserire le persone più significative, nel terzo quelle che fanno parte della nostra vita quotidiana, distribuendole in base all’importanza o al ruolo che ricoprono.
Osservando il risultato, potremmo accorgerci che un cerchio è molto più affollato di un altro. È un modo semplice per chiederci se sia necessario spostare qualcuno, ridefinire una relazione o “mettere la giusta distanza” da una persona che, pur importante, rischia di consumare troppe risorse psicologiche o fisiche. L’esercizio può aiutarci a ridefinire i nostri confini e a costruire con gli altri un nuovo equilibrio.
A settembre possiamo dare alla nostra vita una nuova opportunità. Possiamo fare in modo che alcuni “accolli”, per usare un’espressione cara a Zerocalcare, non pesino oltre misura, oppure trovare un modo diverso per affrontarli, anche attraverso il dialogo.
Ripartiamo allora coltivando noi stessi, per offrire nuove possibilità alla nostra vita e anche a chi ci cammina accanto. Possiamo affrontare ogni percorso con l’attrezzatura e lo stato d’animo giusti. E se non ci sentiamo ancora pronti, va bene anche fermarsi, fare il punto della situazione e ristabilire gli obiettivi. Senza paura e senza fretta.

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