Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

venerdì 24 Luglio 2026

Reale mutua
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Il futuro Re Umberto II ad Ivrea per l’inaugurazione dell’opera realizzata da Pietro Canonica per ricordare i morti della Grande Guerra

100 anni fa il monumento ai caduti

L’orazione di Salvator Gotta piegò la storia della città al culto neoimperiale del regime

(di Fabrizio Dassano)

Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande...

SECONDA PUNTATA DELLA STORIA DELLA CASA GINO PISTONI DI GRESSONEY CHE FESTEGGIA 75 ANNI

Mille avversità la resero più forte

Ha rischiato di essere venduta, ora coniuga con successo accoglienza e sostenibilità

(di Severino Morgando)

Come ricordato in conclusione della prima parte di questa breve “storia” della Casa Alpina,...

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PARTITI DA CALUSO PER FARE LA STORIA DEL JAZZ ITALIANO. PER OSCAR LA CITTADINANZA ONORARIA NEL 1978

Valdambrini, padre e figlio, pionieri della “musica moderna”

Dai locali sotto la Mole negli anni ‘20, le incisioni e le esibizioni della fine anni ‘70

(di Doriano Felletti)

Foto: Oscar Valdambrini con Gianni Basso. Torino giocò un ruolo fondamentale nello sviluppo del...

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Toy Story 5

Ma i giocattoli veri ci sono ancora? Con queste domande sembra di essere un po’ trogloditi e...

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Lo stato di diritto sotto pressione: il rischio di un Far West istituzionale

Il gen. Vannacci ha assunto un ruolo politico centrale nella coalizione di governo: nella vicenda giudiziaria dell’orefice Roggero, Fratelli d’Italia e la Lega hanno assunto le sue posizioni estremiste, contro la Magistratura, contro il Quirinale, contro lo Stato di diritto, aprendo la strada ad un Far West sociale che ricorda l’America di Trump. Si è dissociata Forza Italia: con i capigruppo Costa e Craxi ha rigettato il populismo per la riforma della giustizia; analoga la posizione del sottosegretario Sisto.
Con il caso Roggero la maggioranza ha ribaltato l’esito del referendum sulla giustizia: il governo, prima ancora del deposito della sentenza della Cassazione (condanna a 14 anni per aver ucciso due ladri fuori dal suo negozio, quindi senza legittima difesa secondo l’ultima legge firmata da Salvini), ha sollecitato la libertà per il Roggero, presentato addirittura come “un eroe”. (La vita umana è divenuta un optional). Contestualmente è partito l’assedio al Presidente Mattarella, per la “grazia subito”, come se il Presidente fosse un semplice passa-carte, e non un rigoroso difensore dello Stato di diritto, verso tutti, nessuno escluso.
La tripartizione dei poteri, cardine della democrazia liberale e repubblicana, è stata stravolta dall’Esecutivo: con quali “Carte costituzionali” ci presenteremo in Europa, con una politica giudiziaria che, senza Trump, ricorda i Maga e fa piacere ad Elon Musk?
Per rendere il clima sociale più “caldo” il gen. Vannacci è intervenuto con una provocazione politica senza precedenti: parodiando gli storici gladiatori del Colosseo ha diffuso un video con la condanna a morte di Conte, Schlein, Prodi e la Boldrini! E’ con questa destra estrema che si pensa di governare l’Italia? O per averne i voti, diventa tutto possibile?
In questo contesto politico surriscaldato s’inserisce la tragica morte a Bologna di Farik, di origini marocchine: la polizia e il 118, chiamati dagli inquilini per le sue grida, hanno compiuto un intervento “discusso” conclusosi in modo drammatico.
Subito ci sono state dichiarazioni “assolutorie” da parte della Lega e di Fratelli d’Italia, mentre un gruppo di manifestanti del corteo pacifico indetto dal sindaco di Bologna si è scontrato con la polizia, ritenendola colpevole. La Meloni ha condannato questa violenza, chiedendo di attendere le indagini. Ed è giusto. Ma perché non attendere la Magistratura anche sul caso Roggero?
Il “Terzo potere” va lasciato fuori dalla contesa politica, come prevede la Carta costituzionale: questo è il vero messaggio lanciato da milioni e milioni di italiani che sono andati alle urne nel recente referendum, smentendo tutti i sondaggi pessimistici. Si può reggere un vice-presidente del Consiglio che passa le sue giornate nelle carceri con gli arrestati da liberare subito? E le Procure generali, le Corti d’Appello, i Magistrati di sorveglianza dove li mettiamo?
Sul Quirinale una campagna elettorale con tre anni d’anticipo non si era mai vista, neppure negli anni della guerra fredda, dello scontro Stalin-Truman. Il livello istituzionale di rispetto non è mai stato violato, anche nella rottura De Gasperi-Togliatti.
La vera carta “segreta” della maggioranza di governo è nella permanente divisione del campo largo sulla leadership: Schlein e Conte sono irremovibili nella scelta; l’ipotesi, avanzata da Prodi, di un “esterno” è caduta nel vuoto. Di primarie si riparlerà ad ottobre, con il programma. Ma questa incertezza, compresa quella sull’area centrista-riformista, non aiuta il centro-sinistra.
Conte e la Schlein, sul caso Garrone e su Bologna, sono stati concordi nella difesa delle istituzioni repubblicane. Ora sono chiamati ad un gesto coraggioso di responsabilità, perché il tempo politico a disposizione è breve.
Analogo scenario in Forza Italia: Marina Berlusconi chiede un “no” irrevocabile sull’ipotesi di alleanza con Vannacci, mentre Tajani tentenna. La scelta è inevitabile.

Edizione 23 Luglio 2026

ANNO CVI – N° 29
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100 anni fa il monumento ai caduti (di Fabrizio Dassano)

Foto: Domenica 18 luglio 1926, la folla assiepata intorno al monumento ai caduti della Grande Guerra (foto Ottolenghi). 
Il 10 luglio 1926 il sindaco, l’avvocato Mario Rossi, aveva emanato il proclama per annunciare la cerimonia, come riportò “Il Risveglio Popolare” del 15 luglio: “Cittadini! Il voto che, da anni, abbiamo formulato di consacrare in degna opera che affermasse e ridicesse ai venturi, il culto e la venerazione nostra per gli eroici concittadini che la morte abbatté sul campo dell’onore nella grande guerra per la grandezza della Patria, sta per essere sciolto!” Domenica, 18 luglio, “inaugureremo il monumento che la nostra concordia ha saputo creare, alla presenza augusta di S. A. R. il Principe di Piemonte”.
Seguivano le disposizioni e il programma del cerimoniale: “I palchi saranno due, uno per il Principe avanti al Monumento, a sera, e l’altro per le autorità ed Associazioni a mattina, dietro e di fianco al monumento (…). S. A. arriverà in automobile e scenderà presso al palco suo. Alle 10 ed un quarto si inizierà la funzione”. Così descrisse l’evento il quotidiano “La Stampa”: “Una enorme massa di popolo, accorsa dai paesi vicini, affollava le vie principali. Verso le 9, nei pressi della caserma Lamarmora e in corso Umberto si ammassarono le camicie nere, i Balilla e le Giovani italiane-canavesane”.
Nella tribuna reale prendevano posto il vescovo di Ivrea, monsignor Matteo Filipello, il sindaco di Ivrea, il prefetto di Torino, Agostino D’Adamo, la signora Benedetta Reycend – Chinaglia, presidente dell’Associazione Madri e Vedove dei Caduti della provincia di Torino, i deputati eporediesi Gino Olivetti e Carlo Alberto Quilico, l’avvocato Giorgio. Anselmi, presidente della Deputazione provinciale, il colonnello Giacomo Abrate, in rappresentanza del comandante del Corpo d’armata di Milano e della Divisione di Novara, lo scultore Pietro Canonica, il presidente del Tribunale Contardo Gazzi, il procuratore del Re, Ugo Alberto, il sotto-prefetto di Ivrea, Giulio Alliaudi, il maggiore dei carabinieri Paglieri, in rappresentanza del gruppo delle Legioni dei carabinieri di Torino, quindi i cappellani militari don Edmondo De Amicis e don Davide Gariglietti.
A fianco della tribuna reale, prendevano posto madri e vedove di caduti, mutilati di guerra, molti podestà dei circondari di Ivrea e di Torino, i presidenti di molti sodalizi patriottici. Alle 10,25, “un fragoroso scroscio di battimani della folla che gremiva il corso Cavour, i balconi e le finestre, e sinanco i tetti delle case, preannunziò l’arrivo dell’automobile che recava il Principe Ereditario”.
Dopo l’accoglienza del principe da parte delle autorità e il deferente saluto del sindaco alla tribuna reale, alle 11, al suono dell’Inno del Piave, fu scoperto il monumento ai caduti battezzato dal suo realizzatore: “La vittoria che porta pace”. Il vescovo Matteo Filippello benedisse il monumento, quindi il Principe scese dalla tribuna per deporre una corona di alloro, soffermandosi in raccoglimento. L’orazione di Salvator Gotta, iniziò con il commentare l’epigrafe: “Ivrea – figlia di Roma – il suo sangue più puro – dato alla Patria – restituito alla gloria di Roma – qui venera in eterno”. Quindi rievocò la storia bimillenaria di Ivrea, piegandola ad uso e consumo di quel 1926: dalla sua prima civiltà donata dall’antica Roma, la città pagava con i suoi caduti il proprio debito di riconoscenza, mantenendosi sempre fedele a Casa Savoia che doveva unificare la Nazione italiana, per portarla domani verso le “Fortune imperiali” d’Africa.
Terminata la cerimonia il Principe, accompagnato dalle Autorità, si recò in Municipio, salutato lungo il percorso da acclamazioni e lancio di fiori. Dal balcone assistette alla sfilata delle camicie nere, dei Balilla, delle scolaresche, delle Associazioni patriottiche, dei podestà del Circondario di Ivrea. Fu omaggiato del libro di Flavio Razetti La Canzone del Canavese pubblicata a Ivrea da Viassone. Verso mezzogiorno, il Principe lasciò la città per Moncrivello per inaugurare il gagliardetto dei Balilla.
Così la descrizione de “Il Risveglio Popolare” del monumento, sempre nel numero del 15 luglio: “Sorge in una aiuola quadrangolare chiusa da cornici di pietra di Oggiono. Su di una larga base a gradini della stessa pietra ben levigata, è il dedalo sulle cui facce (di marmo rosso oscuro di Corna Dafo, Valcamonica) stanno le iscrizioni. Le cornici e gli spigoli del dedalo sono marmo verde cupo di Ponte Valcamonica. Sul dedalo si innalza una splendida colonna corinzia di marmo rosso mandorlato di S. Ambrogio veronese dell’altezza di circa cinque metri. La colonna ha leggere scannellature fino a un terzo dell’altezza, terminanti in una corona d’alloro in bronzo; negli altri due terzi in alto la colonna è completamente liscia. La base attica della colonna ed il capitello corinzio sono in marmo di Botticino, oltre Brescia. Sul tavolato del capitello è posto un trofeo d’armi in grandezza naturale frammisto a rami d’alloro in bronzo. Alla base della colonna dal dedalo esce il rostro di una nave romana in marmo rosso oscuro su cui è posata una Vittoria alata di bronzo in panneggiamenti romani simboleggiante la ricchezza della Vittoria e la maternità della Patria”.
Alto 9,15 metri, fu realizzato dallo Stabilimento Industria marmi di Rezzato (Brescia) del Signor Guido Cavagnino, il medesimo che realizzò la parte architettonica e marmoraria del Monumento di Benedetto XV in S. Pietro a Roma, sempre opera di Pietro Canonica.
Le immagini dell’evento furono immortalate dal famoso fotoreporter torinese Silvio Ottolenghi accreditato agli eventi importanti: nel 1923 l’album dedicato al Principe di Piemonte, nel 1934 la visita di Hitler e Mussolini a Venezia con un reportage di 50 fotografie. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, Ottolenghi fu espulso dal partito fascista, privato delle attrezzature e del mobilio di casa. Fuggì quindi a Milano con la moglie Lidia e la figlia Tina, dove viveva l’altra figlia, Elena. Il figlio, Felice fu catturato a Torino dalle SS nel 1943 e fu ucciso nel 1944 ad Auschwitz. Silvio dopo la guerra tornò a Torino con la famiglia e ricominciò a lavorare. Il monumento “la vittoria che porta pace” resta testimone oggi delle tragedie nostrane della prima metà del Novecento.
Domenica 18 luglio 1926: Il corteo sfila in corso Cavour (foto Ottolenghi).Cartolina “Ivrea, Monumento ai Caduti e quartiere V. E.” (quartiere Vittorio Emanuele).

Il pioppo che sconfisse la nube (di Filippo Ciantia)

Nel Bosco delle Querce, a Seveso, c’è un grande pioppo. È l’unico albero sopravvissuto alle misure di bonifica adottate dopo la nube di diossina che il 10 luglio 1976 ferì il cuore della Brianza. Da quel disastro nacque una nuova cultura della sicurezza industriale, tradotta nella Direttiva Seveso, oggi riferimento europeo per la prevenzione dei rischi industriali.
Ma c’è un’altra eredità.
La rivista Epidemiologia & Prevenzione ha dedicato il numero commemorativo a Pier Alberto Bertazzi, medico del lavoro ed epidemiologo, che condusse numerosi studi sugli effetti dell’esposizione alla diossina, contribuendo in modo determinante alla comprensione delle conseguenze del disastro di Seveso. Bertazzi comprese che la ricerca doveva accompagnare nel tempo una comunità già impegnata a ricostruire il proprio futuro.
Da quella tragedia presero forma uno dei più importanti studi epidemiologici mai realizzati dopo un incidente industriale e una scuola di ricerca diventata punto di riferimento internazionale. Ma soprattutto fu riaffermato un metodo: l’epidemiologia non serve soltanto a contare i malati. Serve a conoscere le persone, il loro ambiente, il loro lavoro, le relazioni che costruiscono e la capacità di una comunità di reagire alle prove più dure.
Oggi chi percorre le strade di Seveso, Meda e Cesano Maderno incontra una Brianza viva, operosa e moderna. Il disastro non è stato dimenticato, ma non ha mai definito l’identità di questa terra. Anche il Bosco delle Querce, sorto dopo la bonifica nell’area più contaminata, racconta questa rinascita. E quel grande pioppo ci ricorda che la prevenzione nasce dalla conoscenza e la scienza produce i suoi frutti migliori quando diventa cura della comunità.
La nube tossica non è riuscita a sradicare ciò che teneva in piedi quella gente: le radici profonde di una popolazione laboriosa, di un territorio ricco di fede, solidarietà, associazionismo e senso civico. È forse questa l’eredità più autentica di Seveso: aver insegnato al mondo non solo come prevenire un disastro industriale, ma anche come una comunità, sostenuta dalla scienza e dalla forza delle proprie radici cristiane, possa trasformare una ferita in una speranza.
Cinquant’anni dopo, quel grande pioppo continua a fare ciò che ha sempre fatto: restare in piedi. Come la gente di quei paesi, “unita e fedele, piena di carità e liberta creatrice!”.

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