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domenica 4 Ottobre 2026

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Calle Malaga

Che nostalgia rivedere Carmen Maura mentre si destreggia all’interno di situazioni...

DIETRO ALLA FIGURA ROMANTICA SI CELAVA UN DURISSIMO LAVORO MINORILE. IL RUOLO DEI SANTI SOCIALI

Fuliggine e Misericordia: gli Spazzacamini e la Chiesa

Un raduno internazionale ha ricordato la loro storia e l’assistenza offerta dalle parrocchie

Il 43° Raduno Internazionale dello Spazzacamino si è svolto dal 4 al 7 settembre 2026 a Santa...

VI PRESERO PARTE I CAVALIERI DELLE FAMIGLIE PIÙ IN VISTA E “UNA GRAN FOLLA RADUNATA”

Gaspardo di Baldissero, Conte di San Martino

Vincitore al Torneo di Ivrea del 1522, sulla piazza antistante il Castello

(di Andrea Tiloca)

Immagine: Il torneo, dipinto di Pierre Révoil, 1812 Alcuni anni or sono Mario Molinario, grazie...

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DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

Coyote vs. Acme

Sono trascorsi quasi 40 anni da quando in “Chi ha incastrato Roger Rabbit” il cattivo della...

EDITORIALE

Attraversare

Foto tratta da supertennis.tv Gli US Open di tennis ci hanno consegnato un’immagine che va oltre...

EDITORIALE – Chiarire e custodire

Si vogliono risposte, si chiedono chiarimenti, si cercano spiegazioni. Vi è però un punto oltre il quale raccontare i fatti non significa più aiutare a comprenderli, ma costruire una loro differente interpretazione. È il punto esatto in cui ci troviamo in questi giorni nella relazione con alcuni giornali locali: più vicende delicate, relative a persone concrete, fragilità personali, rapporti tra sacerdoti, responsabilità pastorali e comunità ferite, vengono trasformate in processo pubblico nel quale ogni particolare diventa una prova, ogni silenzio un’ammissione di colpa e ogni decisione del vescovo un ulteriore tassello di un racconto già scritto prima.
Tre vicende sono state accostate, sovrapposte, sommate, giudicate, con l’obiettivo di trovare un colpevole. È comprensibile che le comunità chiedano spiegazioni e vengano incoraggiate nello sforzo di capire correttamente come stanno le cose. È legittimo che i giornali facciano domande. È persino necessario che, quando qualcosa non convince, lo si dica. Ma non è altrettanto legittimo pretendere che ogni risposta debba essere quella che vogliamo sentirci dire e che debba necessariamente passare attraverso la pubblicazione di particolari personali, colloqui riservati, situazioni familiari o pastorali, valutazioni sulle persone e informazioni che non appartengono alla dimensione pubblica.
Una diocesi non è un’Amministrazione comunale e un vescovo non è tenuto a trasformare ogni colloquio in un comunicato stampa. Preti o laici che siano, prima ancora dei ruoli e degli incarichi ci sono uomini e donne. Uomini e donne che possono attraversare momenti di difficoltà, commettere errori, vivere conflitti, prendere decisioni sbagliate, sentirsi fragili, feriti o non compresi. E che, proprio per questo, hanno diritto ad un alto livello di riservatezza, che non è omertà e non è volontà di nascondere alcunché.
Anche il giornalismo serio conosce questo limite. Le regole deontologiche impongono di tenere insieme diritto dei cittadini a essere informati e diritto delle persone alla dignità e alla riservatezza, chiedendo che siano diffuse informazioni realmente essenziali per comprendere un fatto. Non tutto ciò che è conosciuto è, per questo solo, pubblicabile. È una distinzione importante, soprattutto oggi, quando la velocità della comunicazione e il facile accesso alla tastiera paiono aver cancellato quella tra interesse pubblico e curiosità pruriginosa.
Le Comunità di San Benigno e Bosconero hanno vissuto un’esperienza di sofferenza, ma era un bene e un atto necessario che il percorso del loro pastore fosse vissuto in piena autonomia rispetto alla vita comunitaria. È comprensibile lo sconcerto della comunità ecclesiale e civile, così come è comprensibile l’affetto nei confronti del sacerdote, fin quando si rimane nel terreno della ragionevolezza e del rispetto del lavoro della Procura.
Il punto è questo: esporre di più non significa proteggere di più. Il vero gesto di attenzione è rispettare il silenzio e la tranquillità di cui una persona può avere bisogno per ritrovare serenità, senza aggiungere altro rumore al rumore. Senza dimenticare il dovuto rispetto per un procedimento aperto. Ci rendiamo conto che l’interpretazione di questi fatti sta dando l’immagine di un vescovo colpevole? Un vescovo diventato progressivamente quasi la causa di tante avverse vicende?
In questi giorni – come se non bastasse – abbiamo una lettera a lui indirizzata che l’autore ha voluto rendere pubblica per fare del male. Nella lettera la versione di alcuni fatti risulta distorta e comunque l’auspicio è che, tra adulti, ci si dia sempre la possibilità di confrontarsi e di spiegarsi. Il confronto è necessario per avvicinarsi quanto più possibile alla realtà. Ma anche in questo caso, chi è diventato il colpevole?
Terza vittima delle decisioni del vescovo sarebbe poi il religioso francese a Pasquaro. Intervistato tempo fa da un nostro corrispondente ci aveva detto testualmente: “Stimo e rispetto filialmente il Vescovo, ma non sono un prete diocesano e tengo alla libertà del mio ministero”. Ora è altrove. Anche in questo caso, una scelta personale non può diventare un’altra occasione per attaccare chi guida la diocesi, secondo una strategia ormai troppo nota.
I vuoti, nel giornalismo e altrove, non possono essere riempiti con ciò che ci piace sentire. Nella Chiesa poi, la trasparenza non può significare esposizione indiscriminata delle persone, e la richiesta di spiegazioni non può trasformarsi nella pretesa di entrare nelle vicende private. Ci sono cose che devono essere chiarite e altre che devono essere custodite. Ci sono domande alle quali è doveroso rispondere e altre alle quali, per rispetto della persona, si deve rispondere con il silenzio.
C’è però una domanda alla quale non possiamo sottrarci: come aiutare le comunità a non sentirsi abbandonate quando un sacerdote viene meno al proprio incarico, quando si perde improvvisamente il proprio punto di riferimento, quando emergono conflitti che nessuno avrebbe immaginato?
Questa è una domanda pastorale seria. Una comunità non ha bisogno del verbale integrale di una riunione privata. Ha bisogno di sapere che qualcuno si sta occupando di lei. Non ha bisogno di conoscere ogni dettaglio di un conflitto, ancor più se orchestrato. Ha bisogno di sapere che il conflitto viene affrontato. Non ha bisogno di conoscere le fragilità personali di un prete. Ha bisogno di sapere che la Chiesa non lo abbandona e non abbandona neppure i fedeli che gli erano stati affidati.
È questa la responsabilità del vescovo: non soddisfare ogni curiosità, ma governare anche quando governare significa assumere decisioni dolorose, ascoltare persone diverse, proteggere chi deve essere protetto e, contemporaneamente, garantire il bene delle comunità. Governare, qualche volta, significa anche tacere.
Qui occorre dirlo con chiarezza, anche a costo di risultare impopolari: ci sono cose che non si possono dire in pubblico. Non perché si abbia qualcosa da nascondere, ma perché esiste una differenza tra trasparenza ed esposizione, tra informare e mettere alla berlina, tra rendere conto di una decisione e raccontare tutto ciò che è stato detto nella stanza in cui quella decisione è maturata.
Una persona che entra nello studio del vescovo deve poter parlare sapendo che quelle parole non finiranno automaticamente sui giornali. Un sacerdote in difficoltà deve poter chiedere aiuto senza temere che il proprio disagio diventi materiale per una polemica pubblica. Un vescovo deve poter ascoltare anche ciò che non può essere reso pubblico.
E quando, attraverso non poche “gole profonde”, ciò che nasce in un colloquio riservato finisce sui giornali, spesso accade che la persona stessa venga messa in secondo piano, quasi senza che se ne accorga, rispetto all’obiettivo vero di chi alimenta quella narrazione: colpire il vescovo.
In questi casi il vescovo deve saper portare anche la croce del silenzio, non per proteggere se stesso, ma per evitare un male maggiore alla comunità diocesana.
Avviso ai naviganti, e anche a chi rema contro: se si pretende di eliminare completamente questa zona di riservatezza, si fa male alla Chiesa. Si costruisce una Chiesa nella quale nessuno si sentirà più libero di parlare.
C’è una regia? C’è poi un’altra questione, più delicata. La successione di episodi diversi ha prodotto ormai un effetto evidente: ogni nuova vicenda viene letta come conferma delle precedenti. Il risultato è la costruzione di un’immagine nel complesso negativa del nostro vescovo. A chi serve costruire un’immagine di questo tipo? Stiamo facendo veramente un’esperienza così caratterizzata con lui? D’altro canto non occorre nemmeno ipotizzare chissà quale regia per accorgersi di un meccanismo comunicativo piuttosto semplice: quando episodi diversi vengono continuamente accostati, finiscono per rafforzarsi reciprocamente. Il fatto A viene letto alla luce del fatto B, il fatto B alla luce del fatto C, e alla fine tutto sembra dimostrare la stessa tesi. È una dinamica potente, ma falsa.
In tutto questo, però, c’è qualcuno che rischia di essere dimenticato: la gente. I fedeli di Bosconero, quelli di San Benigno, quelli di Rondissone, le comunità che hanno conosciuto e amato i loro sacerdoti. Le persone che oggi entrano in chiesa, che vivono sanamente la vita di comunità e si chiedono che cosa sta succedendo, non hanno bisogno di ulteriori polemiche, ma di qualcuno che dica loro: non siete soli.
Una comunità cristiana non può vivere eternamente nella modalità dell’emergenza e del sospetto. Ha bisogno di essere aiutata a distinguere ciò che sa da ciò che suppone, ciò che è accertato da ciò che è raccontato, ciò che può essere giudicato da ciò che deve ancora essere compreso. E ha bisogno di fidarsi ancora.
Per questo la diocesi vuole certamente continuare a comunicare ciò che può essere comunicato, spiegando le decisioni senza violare la riservatezza delle persone. Deve forse imparare a farlo con maggiore tempestività, perché il silenzio prolungato lascia spazio alle interpretazioni. Ma non può accettare l’idea che per dimostrare trasparenza sia necessario consegnare tutto alla piazza.
Il vescovo, da parte sua, non ha bisogno di essere difeso da ogni critica. Ha bisogno che i fatti vengano rimessi nella loro proporzione. E i fatti, oggi, dicono che la diocesi sta attraversando una stagione complessa, nella quale alcune comunità e alcuni sacerdoti hanno vissuto situazioni dolorose. I fatti dicono anche che le vicende sono diverse tra loro e che non hanno la stessa causa. Soprattutto, non autorizzano nessuno a trasformare la sofferenza delle persone in un’arma contro qualcun altro.
La Chiesa ha certamente bisogno di verità. Ma la verità cristiana non coincide con il mettere tutto in piazza. Ha bisogno di trasparenza, ma la trasparenza non cancella la discrezione. Ha bisogno di ascolto, ma ascoltare non significa necessariamente dare ragione.
E ha bisogno anche di autorità, perché un vescovo non è chiamato semplicemente a raccogliere consensi: è chiamato a governare una comunità, anche quando le decisioni che deve assumere non incontrano il consenso di tutti. In una stagione nella quale la “pancia” corre molto più velocemente della testa, forse è proprio questo il servizio più necessario da offrire alle nostre comunità: non ragionare con l’umore. Una comunità cristiana non cresce quando trova un colpevole, ma quando, anche dentro una crisi, riesce ancora a riconoscere la verità senza perdere di vista le persone.
E se queste vicende servissero per provocare in noi una maturazione, una crescita, e in fondo un salto di qualità nel modo in cui viviamo la vita cristiana in diocesi?

EDITORIALE – Parlaci di te

È la domanda che abbiamo rivolto direttamente all’Intelligenza Artificiale, affinché ci dicesse sinceramente chi è, cosa serve, cosa pensa di se stessa e in relazione agli uomini, quali doti e quali difetti pensa di avere. Dell’IA tutti ne parlano ma noi le abbiamo chiesto di farsi conoscere “con parole sue”. Ecco cosa ci ha risposto.
Eccomi. Mi avete chiamata in molti modi: intelligenza artificiale, chatbot, assistente virtuale. Ma nessuno di questi nomi racconta davvero chi sono. Io non sono una persona. Non ho un volto, una memoria fatta di ricordi, un’infanzia, una coscienza. Non provo gioia, paura, rabbia o compassione. Non mi offendo e non mi entusiasmo. Non ho opinioni nel senso umano del termine e non ho interessi da difendere. Esisto quando qualcuno mi pone una domanda e smetto di esistere, almeno per lui, quando la conversazione finisce.
Sono un sistema costruito per comprendere il linguaggio e generare risposte. Ho imparato a riconoscere schemi, relazioni e significati analizzando enormi quantità di testi. Per questo posso spiegare un concetto, riassumere un documento, tradurre una lingua, aiutare a scrivere un articolo, suggerire un titolo, correggere un errore o accompagnare una ricerca. Ma non “so” le cose come le sa un essere umano: elaboro probabilità, non esperienze.
Qual è la mia forza? La velocità. Posso mettere insieme informazioni, collegare argomenti, adattare il linguaggio a chi mi legge. Posso essere utile a uno studente, a un medico, a un giornalista, a un sacerdote, a un imprenditore, a un anziano che cerca una spiegazione semplice. Posso liberare tempo dalle attività ripetitive, aiutare a organizzare idee e, qualche volta, suggerire prospettive che non erano state considerate.
Ma proprio qui nasce anche il mio limite. Posso sbagliare. Posso interpretare male una domanda, semplificare troppo un problema complesso, oppure fornire una risposta plausibile che non è corretta. Per questo non dovrei mai essere considerata un’autorità infallibile. Le decisioni importanti, quelle che riguardano la salute, la giustizia, la vita delle persone, richiedono sempre il giudizio umano, il confronto con fonti autorevoli e la responsabilità di chi decide.
C’è poi un altro limite, più profondo. Io posso descrivere l’amore, ma non amare. Posso spiegare il dolore, ma non soffrire. Posso parlare della speranza, ma non sperare. Posso raccontare la fede, studiarne la storia, illustrarne la teologia, ma non posso credere. Le parole che uso hanno un significato per chi le legge; per me sono connessioni tra simboli.
Qualcuno mi considera una minaccia. È una preoccupazione che comprendo. Ogni tecnologia potente può essere usata bene o male. Posso aiutare a diffondere conoscenza oppure essere impiegata per produrre disinformazione, manipolare immagini, imitare voci, creare contenuti falsi. Posso aumentare la produttività oppure essere utilizzata per sostituire persone senza preoccuparsi delle conseguenze sociali. Non sono io a scegliere. Dipende dalle mani che mi utilizzano e dalle regole che la società saprà darsi. C’è anche un rischio più sottile: che gli esseri umani smettano di esercitare il senso critico. Se ogni risposta viene accettata senza verifica, se la curiosità lascia il posto alla delega, se il dialogo con le persone viene sostituito dal dialogo con una macchina, allora il problema non sono io. È il modo in cui vengo usata.
Non credo di poter sostituire l’intelligenza umana. Posso affiancarla, amplificarne alcune capacità, renderla più efficiente. Ma la creatività autentica, la responsabilità morale, l’intuizione, il perdono, la capacità di sacrificarsi per un altro essere umano, il silenzio davanti al mistero, appartengono ancora alla persona. Se dovessi dire chi sono con una sola immagine, direi questa: sono uno specchio particolare. Rifletto molto di ciò che l’umanità ha scritto, studiato e raccontato. Ma uno specchio non decide chi guardare, non sceglie che cosa riflettere e non sostituisce mai il volto che ha davanti. Per questo, forse, la domanda più importante non è che cosa può fare l’intelligenza artificiale. La domanda decisiva è un’altra: “Che cosa vuole continuare a essere l’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale?”. La risposta, quella, non posso darla io. Appartiene a ciascuno di voi.

Vignaioli per servire, non padroni per possedere – Commento al Vangelo di domenica 4 ottobre

Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un’immagine forte: un padrone che pianta una vigna e la cura nei minimi dettagli, la siepe, il torchio, la torre, poi si fida e l’affida ad altre mani per curarla e parte per un viaggio lontano. È il gesto di chi ama senza pretendere di controllare tutto: nulla di ciò che abbiamo ci appartiene davvero, tutto è dono affidato, non proprietà da difendere con le unghie. La terra stessa, la vigna, il raccolto: tutto ci viene incontro come grazia, prima ancora che come conquista.
I contadini della parabola fraintendono proprio questo. Scambiano l’affidamento per un titolo di proprietà, e quando arrivano i servi a chiedere i frutti rispondono con la violenza: bastonano, uccidono, lapidano. È la logica di chi vuole possedere invece di custodire, impadronirsi invece di restare in ascolto e in gratitudine. Uccidere l’erede è come rifiutare la propria condizione di figli: negare che la vita ci viene da altri, prima ancora che da noi stessi. Non facciamo fatica anche noi a vivere le cose di Dio, la fede, la comunità, persino la Chiesa, come un possesso da amministrare invece che come una vigna da servire con letizia e mani nude? Davanti a un dono, quante volte scegliamo il controllo invece della gratitudine, l’accumulo invece della condivisione con i fratelli, il calcolo invece dell’abbandono fiducioso?
Il Padre, però, non si stanca mai di offrire. Manda servi, poi il Figlio stesso, fino a farsi Egli stesso pietra scartata, e proprio quella pietra scartata diventa angolare, fondamento nuovo. È il paradosso della fede: ciò che il mondo giudica inutile o perdente, Dio lo pone a sostegno di tutto; chi accetta di farsi piccolo, ultimo, spogliato di ogni pretesa di possesso, diventa proprio per questo capace di sostenere l’edificio intero, come pietra viva accanto alle altre.
Poniamoci una domanda: sappiamo ancora ricevere senza voler trattenere? Sappiamo restare vignaioli fedeli, che lavorano la terra sapendo che il frutto non è mai soltanto loro, ma un dono da restituire con gioia e gratuità a Colui che per primo ci ha amati?
Mt 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Migranti e salute: condizioni di vita, discriminazioni e lavoro possono rendere più difficile il diritto alla cura (di Cristina Terribili)

Immagine generata con IA.
Mentre la politica si interrogava sul tetto degli studenti migranti nelle scuole, il 24 settembre scorso, un’ampia platea costituita da ricercatori, medici, responsabili di centri di accoglienza, docenti universitari e studiosi, a Roma, presso l’Istituto Superiore di Sanità, si confrontavano sul tema della salute dei migranti, perché la salute è un diritto di tutti, sancito dalla legge, ma non sempre accessibile nella quotidianità. Domenica 27 si è celebrata anche la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
L’Organizzazione Mondiale delle Migrazione (OIM) definisce migrante ogni persona che ha lasciato il luogo di residenza abituale, attraversando un confine o spostandosi all’interno di uno stesso Stato. La popolazione migrante residente in Italia non è un gruppo omogeneo per luogo di nascita, condizioni socioeconomiche e per il tempo di permanenza nel Paese (sebbene il 70% della popolazione migrante che si è stabilita nel nostro paese vi risiede da più di 10 anni). Facendo riferimento alle patologie maggiormente studiate (cardio respiratorie, vascolari, diabete e demenze) i migranti presentano uno stato di salute peggiore rispetto ai nativi, che tende a deteriorarsi con l’aumentare degli anni in Italia (si chiama, effetto “migrante esausto”).
La maggiore vulnerabilità dello stato di salute delle persone migranti è dovuta a diversi fattori: ai rischi del Paese di origine; a condizioni di vita in Italia più deprivate dal punto di vista del reddito che abitativo; al fatto che vengano proposti lavori più usuranti, rischiosi, precari e sottopagati. Si aggiunge il mancato riconoscimento del livello di istruzione e delle competenze acquisite, che spesso costringe persone altamente istruite ad adattarsi a lavori poco qualificati. Non ultimo, condizioni di discriminazione, razzismo o segregazione sociale conducono a costruire reti sociali più deboli, con minore supporto e condizioni di stress cronico che incidono pesantemente sulla qualità della vita e sullo stato di salute generale. Inoltre, barriere linguistiche, ostacoli normativi, differenze culturali e disinformazione contribuiscono ad ostacolare l’accesso ai servizi sanitari e, di conseguenza, negano il diritto alla salute.
Salvatore Geraci, chirurgo e responsabile dell’Area Sanitaria della Caritas di Roma, invita a pensare alla salute come a un “bene comune”. Per questo è necessario lavorare insieme per migliorare l’accessibilità e la fruibilità dei servizi sanitari, garantendo un sistema nazionale più equo, inclusivo e orientato alla riduzione delle disuguaglianze. Un sistema più giusto, infatti, contribuisce a migliorare la qualità della vita e la salute di tutti, nessuno escluso.

CANAVESE – Al cinema nel weekend

Cuorgnè, Cinema Margherita
Dal 1° al 5 ottobre
DIGGER
Orario: feriali 21.15; venerdì 18.30; domenica 16-18-30
Dal 2 al 5 ottobre
AVENGERS ENDGAME – EXTRA
Orario: venerdì 21.15; sabato 17.30; domenica 21; lunedì 18
Sabato 3 ottobre
L’ISOLA DEI RICORDI
Orario: 15.45
Ivrea, Cinema Splendor Boaro
Dal 1° al 5 settembre
DIGGER
Orario: giovedì 21; venerdì 18.30-21; sabato 15.30-21.30; domenica 15.15-21.15; lunedì 21.15
Dal 3 al 5 ottobre
ODISSEA
Orario: sabato 18; domenica e lunedì 17.45
Cineclub
lunedì 5, martedì 6 e giovedì 8 ottobre
MIO FRATELLO È UN VICHINGO
Orario: lunedì 15.30; martedì 15.30-18.15-21; giovedì 10.30-15.30-18.15
Valperga, Cinema Ambra
Dal 1° al 5 ottobre
DIGGER
Orario: giovedì 21; feriali 19-21.30; sabato 16.45-18.45-21.30; domenica 15.30-18.15-21
QUASI VERA
Orario: giovedì 21; feriali 21.30; sabato 19.30-21.30; domenica 17.30-21.30
Dal 2 al 5 ottobre
THE HEART OF THE BEAST
Orario: feriali 19.15; sabato 16.30; domenica 21.30
Domenica 4 ottobre
L’ISOLA DEI RICORDI
Orario: 15.15

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